Mercoledì 23 Marzo 2011

Elicottero caduto: nessun
colpevole per quei 6 morti

CARLAZZO Si è concluso con l'assoluzione di tutti gli imputati il processo per l'incidente aereo di Carlazzo, che nell'ottobre del 2005 costò le sei vite umane del pilota e dei passeggeri di un elicottero finito a schiantarsi al suolo dopo avere incrociato la propria rotta con il cavo di una teleferica alle pendici del Galbiga. Il presidente del tribunale di Como Francesco Angiolini ha assolto i tre imputati, i porlezzesi Giovanni Pirovano e Leonardo Ortelli, e il parroco di San Pietro Sovera don Marco Riva, coinvolti in quanto proprietari degli appezzamenti su cui poggiava il cosiddetto "palorcio". Il giudice, secondo una prassi non diffusisisma, ha anche fornito subito le motivazioni della sua decisione, assunta «perché il fatto non sussiste»: «È pacifico - scrive il tribunale - che gli odierni imputati non sono stati nè i costruttori, nè i proprietari, négli utilizzatori del palorcio in questione e neppure è emersa alcuna prova che essi ne conoscessero l'esistenza. L'istruttoria dibattimentale ha confermato che il palorocio è stato realizzato molti decenni fa da persone rimaste ignote, certamente non gli odierni imputati. Neppure sotto questo profilo può essere individuata la sussistenza della pretesa posizione di garanzia degli imputati a rispetto di quanto occorso».
Vicenda articolata e complessa, che ruotava per intero attorno alla titolarità del cavo contro cui andò a tranciarsi la carlinga dell'elicottero e attorno a un diritto di servitù che, in assenza di utilizzo, decade dopo vent'anni. Se nessuno, per quel periodo, usa la teleferica, la responsabilità di eventuali danni ricade sui proprietari dei terreni, che non a caso erano imputati, ma se spuntano utilizzatori terzi, allora le colpe ricadono su di loro. Ortalli, Pirovano e il parroco rischiavano proprio per questo, perché nessuno dei tanti testimoni interpellati era stato in grado di fornire delucidazioni su eventuali utilizzi successivi del cosiddetto "palorcio", che risultava costruito circa ottant'anni fa da un fantomatico gruppo di boscaioli di Tavordo, e che non a caso era conosciuto con il nome di «corda della società». Il pubblico ministero Maria Vittoria Isella aveva chiesto una condanna, sia pure ai minimi di legge, per il reato di disastro aviatorio. La sentenza di ieri chiude, senza colpevoli, una parabola giudiziaria lunghissima. Ifamiliari dello stesso pilota, l'intelvese Alberto Vitali, ottenero nel luglio scorso, dal tribunale di Sondrio, un risarcimento di 258mila euro al termine di una udienza civile intentata contro Elivaltellina, la società per la quale volava il povero Vitali. La Elivaltelilna, a sua volta, aveva chiamato in causa la Fondiaria Sai, la sua compagnia di assicurazione, i cui legali avevano chiesto un accertamento sulle condizioni del pilota, nel cui sangue erano state trovate tracce di alcol (0,87 grammi/litro). Così il giudice di Sondrio, accordando il risarcimento: «Il tasso alcolico, non certo tale da poter definire ubriaco il pilota, è comunque da ritenersi ininfluente. L'incidente venne provocato dalla presenza di un cavo non segnalato, di cui nessun pilota avrebbe potuto accorgersi. Anche la Procura di Como, tra l'altro, non ha potuto stabilire con certezza che l'alcol nel sangue del pilota potrebbe aver contribuito al verificarsi dell'incidente».
Con Vitali, lo ricordiamo, persero la vita cinque passeggeri:l'imprenditore edile Pietro Carminati, 46 anni, di Grandola ed Uniti, il panettiere Pietro Castelli, 28 anni, di Corrido; Elena Panatti, 29 anni di Carlazzo; Luigi Fossati, 41 anni di Menaggio e Teresa Di Vara, 40 anni, di Carlazzo.

f.angelini

© riproduzione riservata