Lunedì 11 Aprile 2011

Velasco: "Il mio Iran andrà a rete"

di Davide G. Bianchi

Bernardi, Zorzi, Lucchetta… suona quasi come Zoff, Gentile, Cabrini: sono i nomi della Nazionale che - almeno in termini di successi - è la più forte della storia della pallavolo. Il mister di quella squadra era Julio Velasco. Quanto conta l'allenatore? Un dato: nel 1990 quella squadra ha vinto i mondiali in Brasile, battendo Cuba in una finale storica (l'"Italia-Germania della pallavolo"). Ebbene: alle Olimpiadi di Seoul, di due anni prima, quella stessa squadra non c'era, perché non si era neppure qualificata.
Dopo essersi brevemente prestato al calcio, come dirigente di Lazio e Inter, Velasco torna ora allo sport che conosce meglio. Di fronte una sfida del tutto nuova: allenare la nazionale maschile dell'Iran. Cosa lo spinge? Glielo abbiamo chiesto.  
Come è nata l'idea di allenare la nazionale dell'Iran?
Non sono alla prima esperienza di questo genere: nel 2002 ho allenato la nazionale della Repubblica Ceca. Ho accolto un'offerta della federazione iraniana, che dapprima mi aveva invitato a visitare il Paese per vedere i progressi del loro movimento pallavolistico. Il livello è buono ma manca ancora il salto di qualità, quello che include nel Gotha della volley internazionale.
Quali sono i suoi obiettivi immediati?
La qualificazioni alle prossime Olimpiadi e la partecipazione alla World League. Ma prima ci sono i Giochi asiatici - l'equivalente dei nostri europei - a settembre di quest'anno, che si svolgono in Iran. Parto a maggio per lavorarci.     
Cosa l'ha spinta?
Preferisco allenare le Nazionali piuttosto che i club, perché questo impegno intenso, ma momentaneo, mi permette di dedicarmi ad altro. E poi mi interessa vedere da vicino un Paese islamico, che alle sue spalle ha una civiltà antica come quella persiana: curiosità legittima per uno che ha passato la propria vita fra Argentina, Spagna e Italia: come andare a trovare i nonni, o poco più!
Faceva riferimento ai suoi impegni non sportivi: a cosa si dedica quando il tempo glielo consente?
Tengo famiglia, come dite voi! Vivo a Bologna, ma ho una figlia a Milano e una in Argentina, dove mi piace tornare almeno una volta all'anno. Mi piacere poi tenere conferenze qua e là - mi chiamano molte aziende - in cui racconto le mie esperienze, spiego la mia cultura sportiva e i criteri organizzativi a cui mi attengo  quando lavoro.
Quanto conta l'elemento "maniacale" nello sport e nella vita: si riesce solo se si insegue qualcosa in modo ossessivo oppure ci sono anche altre "ricette"?
Non credo esista una formula valida per tutti, indistintamente dalle caratteristiche personali. C'è chi si diverte molto con la propria attività, e non riesce a non lavorare, al punto che in vacanza si annoia. E chi invece trova giovamento dallo "staccare la spina" di tanto in tanto, per "ricaricare le batterie". L'importante è il "successo", che per me consiste nel riuscire ad essere relativamente felici (se vogliamo usare questa parola impegnativa). Come? Stando bene con se stessi anche grazie a quello che si fa nella vita, specialmente se si ha la fortuna di dedicarsi a un'attività in cui si mette molto di se stessi.
Le piacciono le nuove regole della pallavolo?
Il rally-point-system sì; le altre non molto.
Le è mai capitata un'intervista che  si chiudesse senza la solita domanda sull'oro olimpico che manca alla sua formidabile bacheca?
Qualche rara volta. Ma in genere, dopo aver sentito la mia risposta, non la scrivono.
Capisco. Diciamo che lei è d'accordo con Ennio Flaiano, quando dice che la «felicità consiste nel volere ciò che si ha già»?
Esattamente! È la mia filosofia di vita: del resto, ho avuto enormemente di più di quanto potessi aspettarmi - compreso l'argento olimpico! - e sarebbe insensato da parte mia non rendermene conto. Ma la gente guarda sempre a ciò che gli manca, riuscendo così ad essere sempre infelice, o almeno insoddisfatta. 
Parlando delle sue fortune, forse la sua più grande è sttaa quella di aver avuto in dote dei giocatori straordinari: non trova?
Senza dubbio, ma è troppo scontato per essere detto. Sembra che dietro ci sia un "però": «l'allenatore conta, ma senza i giocatori!». Che scoperta! Una grande squadra ha dietro di sé un grande allenatore, e viceversa. È nel concetto stesso dello sport di squadra. Sembra invece che si voglia attribuire il merito dei successi a una parte del tutto. Ma ragionare così è una contraddizione in termini.
Si riferisce all'Italia o parla in generale?
In generale ma in Italia in particolare, dove si cerca sempre un capro espiatorio. Prenda la figura dell'allenatore: se non è osannato come il "mago" - come era soprannominato Helenio Herrera - è per forza il colpevole. Personalmente penso invece che abbia delle responsabilità, accanto ad altri (giocatori, società o federazione, ecc…): responsabilità e colpa sono concetti ben diversi. È una considerazione che forse potrebbe essere estesa anche al di fuori dello sport. guarda il video

b.faverio

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