Lunedì 11 Aprile 2011

Tra "Big Bang" e creazione
c'è più spazio per il dialogo

Per gentile concessione dell'Università Cattolica di Milano pubblichiamo un estratto del saggio del teologo Angelo Maffeis, tra i protagonisti del convegno «La teologia, la scienza e il Big Bang» tenutosi all'ateneo milanese il 5 e 6 aprile.

di Angelo Maffeis     

La percezione diffusa del rapporto tra teologia e scienze è dominata dall'immagine di una relazione conflittuale, che si esprime talvolta in aperta ostilità, mentre in altri casi prende la forma di reciproca tolleranza, che nasconde però spesso una tensione sotterranea e la determinazione da una parte e dall'altra a difendere il proprio territorio da indebite invasioni. Il conflitto tra la visione "evolutiva" del mondo propria della scienza e quella definita - impropriamente - "statica" o "fissista" proposta dalla Bibbia si è manifestato in forma acuta con la diffusione delle tesi di Charles Darwin sull'origine dell'umanità attraverso il processo evolutivo delle specie viventi. E ancora oggi il confronto tra evoluzionisti e creazionisti infiamma di tanto in tanto il dibattito pubblico, scatenato in genere dalle polemiche attorno all'insegnamento impartito nella scuola. In realtà, la questione della compatibilità o incompatibilità tra la spiegazione evoluzionista dell'origine della vita e dell'umanità e la fede biblica nella creazione ha radici precedenti al dibattito attorno alla teoria dell'evoluzione che ha preso avvio nel XIX secolo. Il problema infatti, prima che essere quello di mettere in accordo i testi biblici della creazione con i nuovi dati messi in luce dalla ricerca scientifica e spiegati nel quadro della teoria dell'evoluzione è quello del modo in cui si devono porre in relazione due diverse forme di sapere, cioè il sapere scientifico e quello teologico, la conoscenza empirica e sperimentale e la visione del mondo contenuta nella fede cristiana.
La radice del problema che la discussione attorno all'evoluzionismo fa emergere in forma acuta si può individuare nel processo attraverso cui, a partire dall'inizio dell'epoca moderna, si è affermata dapprima l'autonomia del sapere filosofico e, in seguito, l'autonomia delle scienze rispetto alla teologia e alle verità della fede su cui essa è fondata. Il modello medievale, attribuendo alla sacra doctrina il carattere di scientia (in senso aristotelico) e collocandola al vertice del sapere, garantiva l'unità del sapere umano e, almeno in linea di principio, risolveva in partenza in termini gerarchici la questione della compatibilità tra la conoscenza del mondo attinta dalla rivelazione e quella conseguita per via filosofico-scientifica (in concreto, la conoscenza della natura conseguita attraverso gli strumenti concettuali offerti dall'aristotelismo). In epoca moderna la teologia non rinuncia alla pretesa di offrire un'interpretazione complessiva della realtà, ma questa pretesa deve misurarsi con le affermazioni che in altri campi del sapere le scienze fanno applicando un metodo che si è andato via via affinando. La ricerca scientifica, da parte sua, pretende che i suoi risultati siano valutati sulla base della correttezza con cui è stato applicato il metodo che le è proprio e non secondo principi estranei o, peggio ancora, sulla base delle conseguenze che talune scoperte potrebbero avere per la rappresentazione del mondo o la concezione dell'essere umano familiari ad altri saperi.
Il processo moderno di emancipazione della filosofia e delle scienze rispetto alla tutela esercitata dalla teologia potrebbe in linea di principio approdare - ed è questo in molti casi l'esito effettivo - a una pluralità irriducibile di approcci metodologici alla realtà, che produce altrettante affermazioni e altrettanti discorsi, i quali hanno senso solo all'interno dell'orizzonte definito dall'applicazione di un determinato metodo e non devono essere mescolati indebitamente. Lasciando per il momento da parte la questione della possibilità di un sapere unitario, la pluralità dei metodi di indagine e il carattere prospettico della conoscenza della realtà cui ogni metodo scientifico dà accesso sono dati da cui non si può prescindere quando si consideri il rapporto tra teologia e scienze nel contesto culturale moderno.
Accettare la pluralità metodologica significa per la teologia rinunciare a invasioni di campo nell'ambito delle scienze. La differenza dei metodi applicati rende impraticabile la via che cerca di porre in relazione immediata tra di loro le affermazioni della teologia e delle scienze, nonostante le analogie, spesso più apparenti che reali, che tali affermazioni a prima vista possono presentare. Basti ricordare al riguardo come il concetto di natura assuma un significato diverso quando è utilizzato dalla teologia per designare il mondo creato da Dio e quando è utilizzato dalle scienze. Non intendo dire che sia impossibile in assoluto porre in relazione tra di loro affermazioni teologiche e affermazioni scientifiche, ma che questo non può avvenire senza una adeguata mediazione, che renda ragione del carattere proprio delle differenti affermazioni e dei loro presupposti. Discorsi che giustappongono o mescolano elementi eterogenei sono solo apparentemente sensati perché hanno certo come referente la medesima realtà, cioè il mondo, ma lo colgono secondo una prospettiva profondamente diversa (spiegare il mondo attraverso la misurazione e l'individuazione dei nessi causali tra i fenomeni non è lo stesso che indicarne l'origine, il senso e la destinazione alla luce della rivelazione). A questo riguardo, un medesimo difetto accomuna, in campo teologico, il fondamentalismo e il concordismo. Infatti, sia l'esclusione in nome dell'autorità indiscutibile della Scrittura di ogni spiegazione scientifica che non coincida con i dati materiali del racconto biblico, sia la ricerca di una conferma di questi dati nei risultati della ricerca scientifica manifestano in forma speculare lo stesso limite di porre in relazione immediata elementi eterogenei. In campo scientifico un modo non corretto di definire il rapporto tra conoscenza credente del mondo e dati scientifici si presenta non tanto nella forma della mescolanza di discorsi eterogenei, ma nella contestazione della legittimità del discorso teologico e nella negazione pregiudiziale della verità dell'esperienza credente del mondo, alla quale la teologia si sforza di dare una formulazione concettualmente rigorosa. (© Università Cattolica)

b.faverio

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