Martedì 18 Ottobre 2011

Morte di Giacomo Scaccia
Due medici condannati

ALBAVILLA - Due condanne e un'assoluzione. È finito così il primo grado del processo a carico dei tre medici del Fatebenefratelli, accusati di omicidio colposo in relazione alla morte del giovane Giacomo Scaccia: colpito da una grave forma di sepsi meningococcica, il primo marzo 2009 il ragazzo - 17 anni, residente ad Albavilla - è morto nel reparto di medicina generale dell'ospedale erbese.
Il capo d'imputazione ruotava intorno a una generale sottovalutazione della gravità del paziente da parte degli imputati e, in particolare, a un ritardo nella somministrazione di antibiotici ad ampio spettro per combattere l'insorgenza dell'infezione.
In seguito a un dibattimento complesso, giocato su perizie e consulenze contrastanti, ieri nell'aula del tribunale di Erba il giudice Ilaria Guarriello ha emesso la sua sentenza: Umberto Politi - 58 anni, residente a Oggiono - è stato assolto per non aver commesso il fatto; Luca Morelli (49 anni, residente ad Asso) e Claudio Vergani (53 anni, residente a Vimercate) sono invece stati condannati a un anno di reclusione con sospensione condizionale della pena.
Il giudice ha dunque accolto solo in parte le istanze del pubblico ministero, Manuela Radice che aveva chiesto la condanna a due anni di reclusione per tutti e tre gli imputati: per capire come siano stati effettivamente valutati i comportamenti dei singoli medici bisognerà però aspettare le motivazioni della sentenza, normalmente depositate entro 60 giorni.
Gli avvocati della famiglia Scaccia hanno chiesto inoltre circa due milioni di euro di risarcimento per i propri assistiti. I legali hanno chiesto in particolare 539mila euro di risarcimento per il padre del ragazzo, Vincenzo, 516mila euro per la figlia Debora e 880mila euro per Caterina, madre del giovane, che non ha trattenuto le lacrime al momento della lettura della sentenza.
Il giudice ha riconosciuto una provvisionale di 300mila euro ciascuno: eventuali integrazioni saranno definite in sede civile.
«Non possiamo essere contenti, perché la sentenza non ci ridarà indietro Giacomo. Un minimo di giustizia, però, ci è stata riconosciuta - è stato  il commento di Vincenzo Scaccia - E questa è anche una risposta a tutti coloro che ci accusavano di andare avanti solo per soldi. Non è così: lo abbiamo fatto per avere giustizia, lo abbiamo fatto per Giacomo. E la sentenza ci ha dato ragione».
A proposito di soldi: «Poco prima di morire mio figlio avrebbe voluto aprire un'attività familiare. Parte del risarcimento vorrei usarla quindi per esaudire il suo sogno, l'apertura di un centro benessere in cui lavorare insieme a mia moglie e mia figlia».
Per tenere vivo il ricordo di Giacomo, Scaccia pensa inoltre a una fondazione benefica che porti il suo nome.

d.cercek

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