Giovedì 10 Maggio 2012

Con il precariato
gli autori fanno affari

Ermanno Paccagnini
Dagli anni Novanta è un tema diffuso nella letteratura. Un itinerario nello smarrimento di chi si sente condannato all'incertezza, fra ribellioni, disillusione, stratagemmi di sopravvivenza. E la furbizia di un “genere” che, inevitabilmente, è molto di moda.
Si potrebbe parlare di nuovo genere, o anche solo di nuovo fi lone letterario, non fosse che rifl ette una tragica realtà. Quella che, a partire dagli anni Novanta, ma con una decisa, inarrestabile accelerazione, ha messo in primo piano almeno due diversi aspetti: la precarietà del posto di lavoro, da un lato; la ricerca di nuove professionalità, dall'altro. Anche se, in un quadro narrativo, è soprattutto il primo dei due a prendere la scena; anche perché non sempre le nuove professionalità coincidono con qualcosa di permanente. Di più: può persino darsi il caso, come in Mystery Shopper di Antonio Bachis (Il Maestrale 2011), che la nuova professionalità sia indirizzata all'accentuazione della precarietà, trattandosi nella fattispecie d'una persona, il Mystery Shopper, il cui singolare cinico lavoro consiste nel presentarsi come asfi ssiante cliente in negozi, call center, compagnie aeroportuali per valutare comportamenti e abilità dei dipendenti, provocando licenziamenti per chi, non eseguendo i compiti con puntualità, incide sui profi tti. Che è poi una crudele professionalità che di fatto modernizza una situazione in altri momenti semplicemente impiegatizia quale quella – di ben altro livello letterario, devo aggiungere – narrata da Andrea Bajani nel 2005 in Cordiali saluti, di cui si dirà.
Un'accelerazione che ha portato sul mercato così tanti titoli, per di più in costante crescendo, che rende di fatto impossibile su queste pagine un intervento che non sia semplicemente illustrativo e quasi da regesto, una sorta di quadro riassuntivo, rinviando ad altra sede e momento uno sguardo più appropriatamente critico anche sul versante stilistico. E la prima considerazione da fare, scorrendo i titoli della narrativa italiana che in questi ultimi anni sono venuti accumulandosi, ponendo al centro delle loro storie fi gure di precariato lavorativo, è che è possibile cogliere un proporsi per autentiche folate.
Volendole storicizzare, credo si possano dare sostanzialmente tre momenti, il primo dei quali si può far partire dai primi anni Novanta, solitamente dimenticati nel ricostruire la cornice di questa tipologia narrativa, nei quali al contrario si sono affacciati, trattando proprio di questa tematica, autori in qualche caso addirittura esordienti e però capaci a suo tempo (almeno per quanto mi riguarda) di sapersi proporre all'attenzione della critica. Intendo in particolare il biennio 1994-1995, al quale prepongo almeno due singolari e differenti anticipi.
Il primo di essi lo si può identifi care nel romanzo Una ignota compagnia di Giulio Angioni (Feltrinelli 1992; Il Maestrale 2007), nel quale vengono insieme affrontati il tema del lavoro nero e quello interculturale, proponendo una storia di amicizia, disperazione e infi ne di sconfi tta tra due migranti, un sardo e un keniano sfruttati in un laboratorio milanese d'intimo femminile, sino alla decisione di tornarsene ciascuno a casa propria. Quanto al secondo anticipo, lo indico nel racconto di Giulio Mozzi, L'apprendista, ospitato nella raccolta d'esordio Questo è il giardino (Theoria 1993, Mondadori 1998, Sironi 2005), poggiante sull'idea di una non-crescita al lavoro, su un desiderio di restare gregario, legato al libero non-ruolo di apprendista factotum, sottratto alla meccanicità operaia, arrivando a soffrire della fi ne del periodo di apprendistato.
Ma per venire al biennio 1994-1995, credo si possa anche sottolineare una singolare coincidenza: che vede ad esempio da un lato trovare facilmente un editore chi narra di situazioni di precarietà lavorativa, mentre fatica a farsi pubblicare chi al contrario fa oggetto della sua narrazione la fabbrica. Come accade appunto in quello stesso 1994 all'operaio notturno-turnista Antonio Pennacchi per il suo Mammut, romanzo di fabbrica dai tratti di piccola epica comico-drammatica, con momenti di (auto)ironia e con rivisitazione trasversale dei possibili caratteri personali in una sorta di autobiografi a di classe: d'una classe ormai mammutica, che s'avverte come estinta già da un pezzo, culturalmente, politicamente, numericamente e dove non mancano fi gure di decennali apprendisti; scritto nel tempo libero della cassa integrazione, conosce ben 55 rifi uti da parte di 33 editori, uscendo infi ne da Donzelli nel 1994. Un biennio nel quale è possibile identifi - care alcuni nomi signifi cativi sia dal punto di vista stilistico, sia per la loro storia autoriale. Penso ad esempio a Rincorse di Dario Voltolini (Einaudi 1994), racconto per fl ash di rincorse effettuate tra strutture pubbliche e private d'una metaforica Italia, tra Nord e Sud in treno, taxi o auto a noleggio da un esperto informatico, con sballottamenti da pallina in un fl ipper impazzito all'inseguimento d'«un nugolo di progetti e intenzioni» regolarmente naufraganti, insoddisfatto del proprio lavoro al punto da preconfezionare il fi le d'autolicenziamento Ciao.doc.
Sempre per il 1994 richiamo l'esordiente Giuseppe Culicchia con il caso editoriale Tutti giù per terra (Garzanti) e il giovane protagonista Walter che, pur di contrastare l'invito del padre a fare carriera, s'iscrive sì all'università senza convinzione e senza sostenere esami, ma facendosi anche obiettore di coscienza, prestando servizio civile in una struttura dedita all'integrazione dei nomadi, adattandosi poi a vari lavori e fi nendo infi ne come commesso in una libreria.
Quanto al 1995, due titoli che mi paiono signifi cativi sono Ponyexpress di Gianpaolo Spinato (Einaudi) e Il dipendente di Sebastiano Nata (Theoria). Nel primo caso troviamo un pony express per gioco, caso, azzardo, curiosità eccetera, perché il protagonista è all'inizio un aspirante lavoratore dello spettacolo frustrato nelle proprie aspettative che si mura in casa, tra incubi, manie, percorsi di sopravvivenza, sinché rinviene una scatola con delle fotografi e e una cassetta magnetica con caotico dialogo tra Centrale e Delta Uno appartenuta al precedente inquilino.
Ciò lo spinge alla sua nuova attività da pony express sopra una Benelli. Quanto a Nata, si dà un caso per altri versi singolare in quanto il suo romanzo d'esordio, Il dipendente, fi nirà per essere il primo tassello di un dittico, in quanto al protagonista Michele Garbo, la cui vicenda si svolgeva tutta in funzione del suo successo in azienda, guarderà successivamente Matteo Fineschi, protagonista di La resistenza del nuotatore (Feltrinelli 1999), volutamente tutto teso su realtà extra aziendali, con la preoccupazione, come egli stesso dichiara, di «non voler far la fi ne di Michele Garbo, il mio predecessore». Ossia la fi ne-sconfi tta di chi ha optato per la logica dei trabocchetti infernali d'una realtà aziendale che si dà come «un circo. Pieno di tigri che s'azzannano. Belve pronte a scannarci», con conseguente svuotamento interiore.
Un secondo, indicativo momento lo si può registrare nel 1999, con una forte presenza di questa realtà narrativa, essendo l'anno in cui escono ancora una volta titoli e autori signifi cativi. Come ad esempio l'esordio di Paolo Nori con Le cose non sono le cose (Fernandel, febbraio) e, due mesi più tardi, con il più celebre Bassotuba non c'è (Derive/Approdi), che del primo è il seguito (ma con salto stilistico) e che propone un caso quanto mai interessante di lavoro precario dandosi il protagonista Leandro quale alter ego del narratore-traduttoremagazziniere, che si racconta anche nella propria storia di scrittore alla ricerca d'un editore, offrendosi in tale veste anche nei suoi successivi romanzi.
Sempre Derive/Approdi nel 1999 pubblica La fabbrica di paraurti.
Romanzo a due voci di Paolo Nelli, due generazioni di operai a confronto con il consueto, vivace, ma non certo nuovo parlato-pensiero a gestire il tutto, in cui torna a oggetto di racconto quel mondo (fabbrica e operai), con il secondo operaio, trentenne, che a differenza della prima voce narrante, d'un operaio sessantenne ora in pensione, non intende marcire «là dentro, questo è sicuro, fi no alla pensione, come tutti gli altri» e che ha già a quel punto «cambiato tanti lavori» (e il titolo della seconda parte suona appunto Post-industriale).
Su tale versante, più che l'Andrea Carraro di La ragione del più forte (Feltrinelli), penserei piuttosto a un microracconto di non-formazione e persistenza nella vigliaccheria quale è Il barista (uno dei quattro racconti che compongono La lucertola, Rizzoli 2001), che sceneggia la prepotenza d'un vecchio sullo studentello in cerca d'occupazione.
In questo stesso 1999 mi pare signifi cativa anche la presenza di Angelo Ferraracuti con Attenti al cane (Guanda), un autore che sarà sempre molto attento a questa problematica, tanto da pubblicare nel 2006 per Feltrinelli il reportage narrativo Le risorse umane, e che in quel singolare romanzo costruito con microstorie fi ltrate dall'occhio tra l'innocentemente e il morbosamente curioso d'un postino che entra nelle vite altrui leggendone le lettere loro destinate, scoprendone storie di dolore, come appunto, tra le tante, quella del ragioniere che fi nge di continuare a lavorare per non far sapere d'essere stato licenziato alla moglie. Che scoprirà la realtà solo quando un infarto l'avrà colto per strada.
Invenzione, testimonianza e pamphlet Ciò che caratterizza la fase produttiva post-2003 è un'editoria che, sul problema del precariato in un'ottica narrativa, si muove sostanzialmente in triplice direzione: il racconto d'invenzione; il racconto-testimonianza, ossia una narrazione che tenga a tradurre in storia la propria esperienza – con in più, rispetto al passato, un accento di rabbia più diretto, proprio perché è più legato alla propria realtà esperita – e dove il salto tra i vari prodotti sta nella capacità di equilibrio tra invenzione e autobiografi a; il pamphlet gestito con le più diverse modalità, dal reportage come nel ricordato caso di Ferracuti, al documento, alle lettere e altro ancora, come accade con Michela Murgia e Aldo Nove.
Una realtà – e di conseguenza una narrazione, anche per questo via via in crescita considerando la situazione sempre più drammatica che si è venuta confi gurando nel contesto lavorativo italiano – che pare avere come punto più o meno diretto d'origine il 2003 della legge Biagi e del successivo decreto legislativo di attuazione, nel quale di fatto viene istituzionalizzata la realtà e la tipologia del lavoro fl essibile.
Racconto-testimonianza che può proporsi con modalità anche assai diverse, come possono dire tre esempi. Più decisamente letterario il piano narrativo di Pausa caffè di Giorgio Falco (Sironi, maggio 2004), 68 frammenti – quasi sbobinature di dichiarazioni e dialoghi, con riprese di materiali da pubblicità o comizi e così via, offerti al vivo, senza didascalie – dalla bolgia del mondo del lavoro nell'epoca della globalizzazione in cui si affacciano donne, uomini e ragazzi, e che hanno in un call center il punto d'osservazione, dove in primo piano si pone l'aspetto comunicativo d'un rapporto (per così dire) da privazione del senso, della socializzazione; per un romanzo che, pur partendo da quel mondo del lavoro, si fa romanzo proprio sulla perdita di valore del linguaggio inteso come aderenza alla realtà e al privato.
Quasi più da diario di sei mesi lavorativi in una multinazionale con contratto di formazione, sino al licenziamento, è Nicola Rubino è entrato in fabbrica di Francesco Dezio (Feltrinelli, settembre 2004), storia d'un operaio pugliese trentenne, che nel risvolto porta una nota autobiografi ca che richiama il suo calvario tra disoccupazione, corsi di formazione, Grande Fabbrica, disoccupazione, momenti nei quali «partorisco abbozzi di storie – una deriva ontologica degli accadimenti.
Anche piuttosto rabbiosa. Scrivo negli orari più impensati. Di solito a fi ne turno, quando i ricordi sono ancora freschi. […] Osservo e scrivo. Loro parlano e io scrivo. Mi comandano, mi sfottono, ci litigo, mi minacciano, mi licenziano – io scrivo. Scrivo tutto. Loro hanno abusato di me due anni a formazione. Io abuserò di loro in eterno, punto e basta».
Con Curriculum atipico di un trentenne tipico di Fabrizio Buratto (Marsilio 2007), come ricorda l'autore, «nato come sfogo ai tanti curricula spediti», l'amara ironia si deposita in un libro costruito appunto, come dice il titolo, in forma di curriculum vitae nel quale è depositata tutta un'esistenza giovane, ma già ricca di incertezze e soprattutto peripezie lavorative.
L'invenzione si pone poi in primo piano con il già citato romanzo di Andrea Bajani Cordiali saluti, esempio di un autore che comunque può proporsi su più livelli, dato che al romanzo del 2005 fa seguire l'anno successivo, sempre per Einaudi, Mi spezzo ma non m'impiego. Guida di viaggio per lavoratori fl essibili, nel cui risvolto si legge: «Andrea Bajani è nato a Roma nel 1975 e vive a Torino. È stato un lavoratore in nero, un co.co.co, un co.pro, un lavoratore interinale e infi ne una Partita Iva senza che la sostanza del suo impiego subisse mutamenti» (e dove ovviamente lo stile proprio da Guida non può dimenticare la mano narrativa dell'autore). Un romanzo, quello di Bajani, che ha nel suo stesso titolo un ironico valore antifrastico, considerando che quella formula sigla lettere di licenziamento. Perché questo è il protagonista: a suo modo, un killer, il cui lavoro consiste nello stilare lettere di licenziamento mellifl ue, sinuose e insinuanti, retoricamente fi nalizzate a offrire al destinatario la soluzione del licenziamento come il suo solo stesso bene; all'insegna d'un'alta abilità retorica, in quanto stese in nome della logica aziendale della «Purifi cazione» nei confronti di chiunque «tradisca» l'azienda permettendosi di riservare a se stesso anche solo qualche angolino di vita privata, non donandolesi totalmente.
Un ruolo che torna, in altra forma, anche nel romanzo di Massimo Lolli, Volevo solo dormirle addosso (Limina 1998): il cui protagonista, l'human resource manager Marco Pressi, dipendente presso la fi liale italiana d'una multinazionale francese, ha il compito di eliminare in tre mesi un dipendente su tre; facendo anche carriera, se è vero che vent'anni più tardi nel romanzo Io sono Tua (Piemme 2003) lo ritroviamo come dirigente. Ciò che non lo sottrae comunque alla precarietà, come ricorda il successivo Il lunedì arriva sempre la domenica pomeriggio (Mondadori 2009), dove il nuovo protagonista Andrea Bonin si ritrova precipitato da manager di successo a disoccupato da più d'un anno e nella condizione (di cui si vergogna) di non riuscire a trovare un nuovo lavoro.
Quanto poi al documento-pamphlet, al Bajani di Mi spezzo ma non m'impiego si affi anca il “docudrama” di Aldo Nove, Mi chiamo Roberta, ho quarant'anni, guadagno 250 euro al mese… (Einaudi 2006), dove, attraverso 14 interviste a 5 donne e 9 uomini di varie età e professioni, vengono raccontate precarietà e fl essibilità di ogni genere e, di fatto, il quadro d'un futuro che sembra proprio desolantemente non esistere. Così come Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria (Isbn 2006) in cui Michela Murgia riunisce in volume la propria esperienza di dipendente d'un call center nato inizialmente come diario blog (da qui anche il fi lm di Paolo Virzì).
Del resto, il call center si propone davvero come modalità topica del precariato, anche a livello narrativo. Già affacciatosi nella forma di call center erotico nel 1995 con 144. Confessione di una telefonista erotica (Stampa alternativa) e nel 1996 in Hot-line. Storie di un'ossessione di Francesca Mazzucato (Einaudi), si fa ora sempre più centrale, ritrovandolo in Un giorno perfetto di Melania Mazzucco con la quarantenne Emma licenziata perché troppo vecchia; e in Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati (Mondadori 2006), dove il protagonista Martino, già precario per la paura covata dentro abitando a Sigonella, non meno precario diviene quando, trentenne, lavora in un call center romano, perennemente sotto il ricatto dell'improvviso licenziamento.
.. Narrare il lavoro precario, per necessità o per moda?
Ma davvero a questo punto (intendo un 2012 in cui già se ne propongono altri: ad esempio Ci meritiamo tutto®. Nessuno pensava che sarebbe fi nita così…, di Danilo Masotti presso Pendragon) è un susseguirsi e accavallarsi di titoli, per i quali c'è solo l'imbarazzo della scelta, ove non si voglia scadere nella semplice bibliografi a. E nel permanere anche del dubbio di un fi lone di moda, praticato con furbizia.
E del resto, diffi cile non notare, in questa sempre più accentuata presenza di libri anche narrativi sul tema, lo “sfruttamento” editoriale, da moda, di una realtà invero drammatica. Come può far sospettare Generazione mille euro di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa, nato come reality book distribuito gratuitamente online sulla scorta dell'inchiesta del quotidiano spagnolo «El País» dedicata a La Generación de los Mil Euros, e approdato al cartaceo (Rizzoli 2006, Bur 2009), e quindi al cinema con la storia del ventisettenne emiliano Claudio (e degli amici altrettanto precari con cui divide l'appartamento milanese), laureato, impiegato come junior account nel marketing d'una multinazionale con posizione da co.pro.
Un fi lone volutamente sottolineato, come accade con il romanzo d'esordio di Francesco De Giorgi, Tu prepara il fi ltro (Besa Editore 2011) ove a scanso di equivoci, stampigliato in rilievo in copertina si legge: «Un romanzo amaro e spassoso sul precariato. Da leggere tutto d'un fi ato». O nel titolo stesso: Meglio morto che precario di Giovanni Parrotta (Rubbettino 2011). O nel coinvolgimento di personalità per prefazioni, come Nichi Vendola per Tu quando scadi? Racconti di precari (Manni 2005), storie narrate da un gruppo di lavoratori precari, tra cubiste, portapizza, commessi, assistenti di volo e altro ancora.
Storie, quelle raccontate in simili opere, che di fatto non dimenticano alcun settore (penso al quarantenne Stefano di Prenditi cura di me di Francesco Recami, Sellerio 2010, che, dopo due attività messe in piedi con amici e presto fallite, pieno di debiti, si ritrova a fare il trasportatore con Partita Iva per una coop); e che anzi, in qualche caso fi niscono per ritrovarsi in uno stesso protagonista che passa da distributore di volantini pubblicitari a cameriere in un ristorante da matrimoni, a procacciatore di clienti per un mobilifi cio, a venditore porta a porta di aspirapolveri, ad addetto allo strangolamento di polli in una polleria, come accade al protagonista laureato in lettere con 110 e lode di Un anno di corsa di Giovanni Accardo (Sironi 2006). Né manca lo stesso precariato intellettuale. Giornalistico: Chiara Lico, Zitto e scrivi. Storia di Pieffe, giornalista praticante con contratto a termine da metalmeccanico (Stampa alternativa 2007), ma, su un piano anche stilisticamente più pregnante, Per legge superiore di Giorgio Fontana e la sua giovane giornalista free-lance Elena Vicenzi. Nell'ambito stesso della scrittura (Marco Candida, La mania per l'alfabeto, Sironi 2007). Quello endemico nella scuola, ormai ricco di testimonianze e che dal racconto paradossale di Alessandro Carrera, La vita meravigliosa dei laureati in lettere del 2002 (Sellerio) e ancor prima dall'Andrea Demarchi di I fuochi di San Giovanni (Rizzoli, 2001) con il suo Sandrino, insegnante precario nonché aspirante scrittore sfruttato dal suo Maestro Editor per lavoretti di bassa stazza e mal (mai) pagati, porta sino al precario dei precari qual è l'insegnante di sostegno, regolarmente martirizzato dai tagli sulla scuola, ma talora anche dalla insensibilità dei colleghi, e che Giusi Marchetta racconta in L'iguana non vuole (Rizzoli 2011) richiamando narrativamente la propria esperienza di precaria della scuola che, dopo saltuarie esperienze come supplente di lettere, si trasferisce da Napoli a Torino per una supplenza annuale. Un aspetto, quest'ultimo, che ha il suo risvolto nel recentissimo Una vita da precario di Solitario, alias Enzo Aita (Photocity 2011), venti racconti di instabilità lavorativa pur di restare a Napoli, tra autobiografi a e racconto, dove però precario è pure lo stile.
Le virtù della rivolta. Potere e contropotere nelle lotte degli interinali Tim di Bologna: questo il titolo del racconto con cui chiudeva Tu quando scadi?. È in effetti non mancano situazioni di rivolta. Già nel 2005 s'era letto in Chi ha ucciso Silvio Berlusconi di Giuseppe Caruso (Ponte alle Grazie) del ventisettenne neolaureato Ettore Saleri che, stanco dei soprusi da malpagato precario con lavori interinali, decide di sfogare la sua rabbia contro Berlusconi. Con il 2012 il tiro si alza. Perché ora, e lo racconta Daniela Ranieri in Tutto cospira a tacere di noi (Ponte alle Grazie), è contro lo stesso sistema che decide di lottare chi si sente “operaio cognitivo precario” e si riunisce nel collettivo di sovversione informatica Nuclei Digitali Dissidenti. Ricorrendo al medesimo strumento del sistema: mimetizzandoti in esso.

c.colmegna

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