Mercoledì 27 Febbraio 2013

Addio a Stefano Arrigoni
Appiano si è fermato

APPIANO GENTILE Una folla per l'ultimo saluto a Stefano Arrigoni, stroncato da un tumore a 38 anni. Chiesa gremita ieri ai funerali, celebrati dal prevosto don Giuseppe Conti, con altri sei sacerdoti che hanno condiviso parte del cammino di Arrigoni e dei suoi genitori.
Un dolore composto nel momento dell'addio terreno. Un'uscita di scena in punta di piedi, così come aveva vissuto. Un'esistenza da quattro anni segnata dalla malattia contro cui ha lottato fino all'ultimo, con la convinzione di farcela.
L'ha ricordato nell'omelia il prevosto, sottolineandone la grande fiducia nella vita a dispetto della malattia. «Ciao Stefano, come stai? Bene. Queste sono le parole che mi ha detto pochi giorni fa e che diceva a chiunque chiedesse di lui - ha raccontato don Giuseppe - . Stefano non diceva questo perché non conosceva la sua situazione, o per nascondere ad altri la sua condizione. Sapeva benissimo quello che aveva e quando rispondeva così era proprio convinto di quello che diceva. Questa sua convinzione contagiava, non c'era possibilità di replica».
La normalità della vita
Più forte della malattia. «Anche se non stava bene, era comunque molto attaccato alla normalità della vita - ha aggiunto il prevosto - Innanzitutto alla realtà della sua famiglia; era molto affettuoso e preciso in tutte le scadenze, era lui a ricordarle. Era anche molto accogliente verso le persone e gli amici. Nelle ultime ore ha accolto un suo caro amico; era tornato per un momento cosciente e l'ha riconosciuto».
Da una decina di anni si era trasferito a Torino, dove lavorava presso uno studio come ingegnere meccanico.
«Era attaccassimo al suo lavoro e molto competente - ha rimarcato il prevosto - Quando il medico gli voleva prescrivere un nuovo periodo di malattia fino al 15 aprile, Stefano disse che sarebbe tornato al lavoro l'11 aprile perché aveva un test molto importante. Era convintissimo di questo».
Un bravo credente
<Così com'era fermo nella sua fede. «Quanti rosari, quante messe, preparandosi con le letture. Era puntualissimo anche in questo. Questo suo modo di pensare e agire dava l'impressione che fosse più grande della malattia: lui viveva, non sopravviveva. Era più forte. Stupiva anche il fatto che, nella sua consapevolezza, non fosse preoccupato tanto per sé, ma per gli altri - ha concluso don Giuseppe - Quante volte mi ha detto "mi spiace lasciare soli i miei genitori". Non aveva paura di morire. Diceva che non cambiava molto vivere 40 anni in più o in meno, perché c'è la vita eterna». Dal prevosto l'invito a papà Pietro e a mamma Lina a trovare nella testimonianza di fede rocciosa, data dal loro figlio, la speranza per continuare il cammino.

m.cavallanti

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