Mercoledì 01 Maggio 2013

Ma quello
che conta
è la somma
delle tasse

Uno chiude gli occhi e pensa: che cosa starò facendo il 10 luglio? Chi è tentato di mettere a fuoco l'immagine di un cocktail sulla spiaggia, può accantonarla subito.
La risposta è: staremo lavorando per lo Stato. Un dato che emergeva in queste ore da uno studio europeo. E che sottolineava pure come quest'anno si sia aggiunta una settimana di lavoro non per vivere, bensì per far vivere qualcun altro, perché nel 2012 ci si prodigava gratis fino al 3 luglio. Scarsa consolazione che in altri Paesi questa regola sia ancora più pesante: dalla Francia fino al Belgio.
Lì, almeno, i servizi funzionano in modo più efficiente. Insomma, si sborsano quattrini ma si può verificare dove vadano effettivamente a finire.
Con questa idea in testa, si può capire come mai l'annuncio dell'Imu levata a giugno non abbia prodotto il risuonare di campane a feste in tutto il Paese. Ed è interessante constatare come le perplessità siano condivise da fronti anche molto diversi.
Nessuno si diverte a pagare l'imposta sulla casa, si intende. Anche perché per la maggior parte degli italiani non parliamo di palazzi dorati, bensì di abitazioni conquistate con sacrifici e sudore. Insomma - per tornare all'analisi iniziale - pagate a fatica, lavorando negli altri cinque mesi dell'anno.
Un'altra considerazione: stop dei pagamenti Imu a giugno è un messaggio chiaro, che fa addirittura scena. Anche se poi sono comparsi puntuali i tentativi di distinguo e i rimbrotti, com'è abitudine nella politica italiana. Ma sul peso fiscale a carico del lavoro non c'è altrettanta limpidezza.
Sia il premier Letta sia il ministro Saccomanni hanno insistito su questa priorità. Che però verrà tradotta in proposte concrete in seconda (e forse anche oltre) battuta. E come è tutto da vedere.
Invece la voce delle imprese - in particolare delle piccole che rappresentano l'ossatura, per non dire quasi tutto il corpo, del Paese - si è levata forte su questa necessità. Ancora oggi il presidente di Confindustria Como Francesco Verga insiste: per iniziare, si tolgano i costi a carico del lavoro. Prima ci siano più soldi nelle tasche dei dipendenti, altrimenti non si possono far ripartire i consumi.
Agitando uno spauracchio pure in questo caso condiviso: non è che accompagnando l'imposta sulla casa fuori dalla porta, si faccia poi rientrare travestita con vesti differenti? L'effetto sulle altre tasse e sulla loro distribuzione, quale sarà?
Anche tra i sindacati si evidenziano i dubbi: quelle risorse dovranno pur essere sottratte da qualche parte e c'è il timore che possano andare a ledere proprio esigenze focali del mondo del lavoro, dall'aiuto per gli esodati agli ammortizzatori sociali.
Sì, l'Imu è un messaggio di impatto. Ma sulla vita delle aziende (e quindi sulle nostre), l'impatto devastante viene dal complesso delle tasse, quelle visibili e quelle più subdole: una su tutte la burocrazia che ruba tempo e quindi denaro.
La politica ha fatto la sua scelta. Imu: sono tre lettere e conducono a uno slogan di facile comprensione; fa scena, per così dire. Altrettante sono però le lettere che compongono Iva, per fare un esempio, e su questo è necessaria anche maggiore attenzione, perché l'aumento contribuirebbe alla discesa libera dei consumi. Magari non dei voti, in prima battuta, ma la crisi che sta continuando a divorare il nostro Paese consiglierebbe di cambiare priorità anche nella politica.
Marilena Lualdi

Marilena Lualdi

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