Lunedì 06 Luglio 2009

Ardant: <Non tempo il tempo
Anzi, mi butto nel declino>

«Mi creda, la menzogna è qualcosa di nobile», sorride Fanny Ardant come volesse eludere qualcosa o rivelare che in fondo non bisogna prenderla sul serio. Poi leva gli occhiali da sole neri; li rimetterà e li leverà per tutto il tempo dell’intervista. «Troppo sole» dice in un italiano quasi senza accento. Nel luogo in cui ci siamo date appuntamento, il Pan (Palazzo delle Arti di Napoli), la gente non riesce a non fermarsi ad osservarla, anche solo per pochi secondi, lei abbassa lo sguardo, come intimidita. Misteriosa, imprevedibile, capace di mettersi in gioco sempre. Ha appena compiuto 60 anni, è diventata nonna da poco, ha diretto il primo film da regista, "Ceneri e Sangue", ed è tornata in teatro con lo spettacolo "Music-Hall" di Jean-Luc Lagarce, per la regia dell’amico e collega Lambert Wilson, ospite del Napoli Teatro Festival, prima tappa europea della tournée. Vestita con un abito bianco anni Cinquanta, stretto in vita, che la fa sembrare ancora più sottile e così simile a Mathilde, la protagonista de "La donna della porta accanto", il film di Truffaut che nel 1981 l’ha rivelata al mondo intero. Così lontana dal personaggio che porta sulle scene ogni sera. Un’attrice invecchiata, con un trucco pesante e un’antiquata parrucca bionda, un abito attillato verde acido, che fedele a uno spettacolo non più di moda come il varietà continua la sua tragica tournée nei teatri semivuoti di provincia. Al suo fianco sono rimasti solo due "boys" anche loro non più giovani. Nessuno vuole vedere, nessuno vuole capire. È la menzogna nella menzogna. Non è sicuramente uno dei testi più riusciti dell’autore di "Giusto alla fine del mondo", messo in scena quest’anno al Piccolo Teatro da Luca Ronconi. Ma Fanny Ardant è riuscita a darne un’interpretazione toccante. "Ragazza", così viene chiamata per tutto lo spettacolo, regala un mondo dove la vecchiaia, il fallimento, l’abbandono sembrano non esistere. Si deve andare in scena fino alla fine. E gli attori sono dei funamboli che attraversano un palcoscenico vasto come la vita.
Com’è nata questa interpretazione di «Music-Hall»?
Sono nata in teatro, provengo da lì, il cinema è arrivato molto dopo. Ricordo ancora perfettamente la sera del mio debutto nel 1974 con il "Polyeucte" di Corneille per la regia di Dominique Leverd. Ho avuto tutta la vita un rapporto d’amore e odio. Il teatro è cattivo, ti prosciuga, ti chiede tutto. Un po’ come succede con gli uomini. Dopo una grande storia, ne esci svuotata e allora giuri a te stessa che non ci cascherai più, che è sicuramente l’ultima volta… Invece dopo un po’ ti innamori di nuovo e ricominci. Per me il teatro è una malattia, non sono mai riuscita a vaccinarmi.
Cosa l’ha colpita di questa storia?
Che si parli di teatro a teatro, in una situazione di estremo disagio e abbrutimento. Una compagnia deve mettere in scena uno show in un luogo scalcinato e fatiscente ma non hanno più grandi mezzi. Il mio personaggio, "Ragazza", mi piace perché adotta una maschera di compiacenza fingendo che tutto vada bene, in realtà soffre maledettamente per il contesto che la circonda. È una lotta esistenziale quotidiana, eppure non molla la presa. È tenace, in questo mi assomiglia.
Il suo italiano è fluente. Che emozioni le ha dato recitare a Napoli, la "città del teatro"?
Molto forti, anche se non conosco bene il teatro napoletano. L’ho incontrato leggendo i grandi romanzi francesi, poi Gassman mi ha aiutato a scoprirlo. Ho sempre apprezzato lo spirito teatrale di questa città. Diverso da Londra, che è una città teatrale sul piano intellettualistico, mentre qui lo è su quello più schiettamente quotidiano e popolare. Da qui e dalla grande tradizione della Commedia dell’Arte hanno preso le basi i grandi autori del teatro europeo. Shakespeare, Molière, Marivaux senza la lezione di Napoli sarebbero stati certamente diversi.
Ha scritto e diretto il film «Ceneri e sangue» (da noi uscirà il prossimo anno). Me ne vuole parlare?
Una donna rumena, immigrata in Francia, perde il marito assassinato in una faida familiare e da sola cresce tre figli. Il film racconta il suo doloroso ritorno al villaggio natale, 18 anni dopo la tragedia. Una storia di violenza ma anche di perdono, a volte è più forte di tutte le condanne.
È stata legata a Truffaut (il regista scomparso nel 1984), da lui ha avuto una figlia, Josephine…
Ho amato l’uomo, non il regista. Non mi va di parlarne.
Con lui ha girato due film straordinari «Finalmente domenica!» (1983), e soprattutto l’indimenticabile «La signora della porta accanto» (1981).
Una vicenda che dimostra che l’esito drammatico di una grande storia d’amore non appartiene solo ai classici come "Giulietta e Romeo", può accadere a chiunque di noi e in qualunque momento della nostra vita.
Ha mai avuto paura?
Penso che sia un sentimento che ti svilisce: la paura di perdere qualcosa, di trovarsi soli, di invecchiare, di essere ridicoli… In fondo siamo tutti nella stessa barca. Dobbiamo andare avanti con alti e bassi. Abbiamo una sola vita, se la passiamo a lamentarci non potremo mai viverla fino in fondo. Oppure possiamo buttarci nel declino consapevoli che non saremo sempre perfetti, giovani e seducenti fino a ottant’anni. L’importante è vivere.

Grazia Lissi

b.faverio

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