Lunedì 18 Agosto 2014

Coesistere in Iraq

ma senza le armi

La domanda a cui rispondere per spegnere l’incendio iracheno, che si è propagato dalla Siria e ora rischia di coinvolgere di nuovo il Libano è semplice: si vuole la pace oppure no? Se si vuole la pace da quelle parti essa ha un nome solo: coesistenza.

Ciò significa garantire tutte le comunità, perché esse sono una ricchezza e far sapere al mondo intero che nessuno può cercare di annientarle. Il sistema è solo uno e mette in fila regole e disarmo. Cioè rappresentanza e quindi democrazia, regime in cui l’uso della forza è demandato al governo legittimo, perché esso rappresenta tutti. La strada scelta di armare i peshmerga rischia di complicare ancor di più la situazione e far fare all’Iraq la fine dell’Afghanistan, quando gli americani con il silenzio assenso del resto dell’Occidente armarono i mujaheddin del popolo. Finì con Bin Laden e il Mullah Omar.

Le armi servono solo a consolidare entità tribali (di solito confessionalmente omogenee essendo la religione una tra le prime e formidabili armi di guerra e di propaganda) perché esse finiscono sempre fuori dal controllo di chi le fornisce. Il mondo con la formula delle armi ai peshmerga si lava le mani, esattamente come Pilato, che aveva invece dalla sua parte regole e potere. Il mondo usa la formula “mai più”, ma tutto sempre si ripete. Mai più la Shoah, mai più i Balcani, mai più la Cambogia, mai più il Rwanda, mai più l’Iraq o il Libano. Mai più e invece ciò che va sistematicamente in scena e l’indifferenza e la rimozione.

In Iraq la guerra dei Bush, prima il padre e poi il figlio, ha smantellato lo Stato con la pretesa che quella fosse la soluzione, sostituendolo con entità tribali, convinti (gli americani) che loro potessero controllarle. Ogni tribù invece ha perseguito l’altra, rafforzandosi. Ma non è sparito lo Stato, semplicemente qualcuno lo ha occupato. Prima i pasdaran di Al Maliki, il presidente amico degli Usa che ha proceduto a far fuori sistemanticamente tutti i leader sunniti moderati. Adesso è sotto attacco da parte del nuovo Califfo al-Baghdadi, che intende diventare lo Stato iracheno. Ne fanno le spese le minoranze più inermi. E’ significativo il fatto che nell’appello di ieri del Patriarcato Caldeo, firmato anche dall’inviato del Papa , non ci sia nemmeno un accenno alla questione delle armi ai peshmerga. Si chiede di “liberare i villaggi il più presto possibile e in modo stabile”, ma non si spiega chi lo deve fare e con quali armi, lasciando intendere che sarebbe compito dello Stato legittimo. Ma soprattutto si chiede di assicurare una “protezione internazionale” ai villaggi delle minoranze della piana di Ninive, cristiane e non cristiane. Insomma non armi ma coesistenza. È questa la vera sfida alla quale devono rispondere i governi. La coesistenza è un valore oggettivo e non soggettivo, che può essere manomesso a piacere. A Srebrenica sappiamo come è andata. La convivenza e la coesistenza erano state fatte sparire dal vocabolario dei popoli da intellettuali e politici sprezzanti di ogni pericolo e dal silenzio colpevole della Comunità internazionale. Oggi siamo nella stessa situazione e nessuno è disposto ad ascoltare gli appelli del Papa o del Segretario generale dell’Onu. E con una manciata di armi mettiamo a tacere futuri probabili rimorsi quando anche la Piana di Ninive verrà infilata nella classifica tragica dei “mai più”.

Alberto Bobbio

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