Renzi, l’Iraq
e il ruolo dell’Europa

Quella di ieri è stata una giornata importante per la politica estera italiana, e consente alcune riflessioni sul nostro ruolo in Europa e in Medio Oriente e anche sulla partita internazionale che intende giocare il governo di Matteo Renzi.

Il quale ieri, proprio mentre le quattro Commissioni Difesa di Camera e Senato votavano a larghissima maggioranza l’invio di armi oltreché di aiuti umanitari ai guerriglieri del Kurdistan che si battono contro i terroristi dell’IS, compiva un viaggio lampo a Baghdad e ad Ebril per incontrare il nuovo e vecchio premier iracheno e il leader curdo Massud Barzani. Renzi è stato il primo ad andare laggiù, oltretutto in un contesto abbastanza pericoloso per un capo di governo, e ha portato non solo la testimonianza dell’impegno dell’Italia contro il terrorismo ma anche quella dell’Europa, e forse è il primo atto eclatante che vediamo di questo nostro semestre di presidenza, reso incerto dalle cattive notizie dell’economia. L’Italia e l’Europa scommettono su un Iraq unitario capace di fare barriera, con una ritrovata coalizione tra le tribù sunnite e sciite, contro le milizie di Al Baghdadi, l’autoproclamato leader del presunto Stato Islamico, l’ennesima incarnazione del jihaidismo terrorista resa oltremodo pericolosa dai mezzi e dalle risorse di cui evidentemente dispone. I peshmerga combattono laggiù una battaglia non solo per salvare loro stessi e le popolazioni selvaggiamente seviziate dai terroristi, ma in definitiva anche questo nostro Occidente tanto vicino e anche dipendente dalle aree a rischio del Piantea. A loro Renzi è andato a dire che l’Italia e l’Europa ci sono, sono al loro fianco, mandando armi e cercando soluzioni diplomatiche.

Non c’è dubbio che l’Ue ha giocato da anni un ruolo di rimessa sui grandi scacchieri internazionali a vantaggio del protagonismo nazionale di questo o quello (ricordate Sarkozy e la Libia?) o degli interessi degli Stati Uniti, ma ha pur ragione Renzi a ricordare che l’Europa non può essere “solo spread o Maastricht”: deve avere una propria identità ideale e morale prima che politica, e lo diciamo proprio mentre cade il sessantesimo anniversario della morte di Alcide De Gasperi che con Adenauer e Schumann cercò di dare un’anima all’Europa unita. Dunque, bene fa Renzi a cercare un ruolo anche sul quadrante delle crisi regionali. Oltretutto in prospettiva avere una visione strategica dei conflitti conviene ai singoli stati: in Iraq noi abbiamo già consistenti interessi che creano lavoro e ricchezza, è bene tutelarli oggi per poterli incrementare domani. L’Italia ha sempre avuto una buona immagine, siamo percepiti come gente dialogante e con buoni rapporti, un tempo avevamo anche una fantastica rete di intelligence che ci aiutava in questi rapporti di cui ci siamo più volte giovati e ci hanno aiutato nel campo internazionale, basti pensare alla missione in Libano e alla simpatia che ci portò in dote. Se proviamo dunque a “esserci” anche noi, non sarà certo criticabile: francamente i sarcasmi di Grillo, da questo punto di vista, lasciano un po’ il tempo che trovano. Qualcuno poi osserva che il protagonismo internazionale di Renzi è finalizzato anche ad agevolare il tentativo di portare il ministro degli Esteri Federica Mogherini sul podio di numero due della prossima Commissione nelle vesti di alto rappresentante della politica estera Ue: non è un’osservazione sbagliata. Del resto solo alla fine della partita potremo dire se la testardaggine di Renzi nel sostenere quella candidatura, senza prendere in considerazione ipotesi alternative, sia stato un errore o un’ingenuità.

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