Lunedì 26 Luglio 2010

Sting, con  “Symphonicities”
l'ex Police scopre l'acqua scalda

COMO Quale sarà il morbo che colpisce i musicisti inglesi che entrano nella terza età? Perché Peter Gabriel ha fatto un disco con l'orchestra? Perché Paul McCartney ha composto un oratorio, una cantata, svariati pezzi classici che nessuno ascolta? Perché Roger Waters, prima di rispolverare “The dark side of the moon” e “The wall” ha speso un decennio su un'opera lirica, “Ça ira”, che non “ira” né ça né là perché nessuno vuole metterla in scena? Perché, perché Ray Davies, invece di riunire i Kinks o di registrare un disco nuovo, ha arrangiato i vecchi successi per corale lirica con un curioso effetto “chiesa di campagna”? Perché Costello ha firmato con la Deutsche Grammophon, manco fosse Bernstein? Anche Sting è da qualche tempo nel “rooster” della paludatissima etichetta teutonica. Ha esordito con “Songs from the labyrinth”, un disco per liuto, arciliuto e voce dedicato alle composizioni di John Dowland con cui biondo ex Police iniziava a scaldare l'acqua. Con il natalizio “If on a winter's night...”, con tanto di neve e cagnolone in copertina, ci si immergeva. Con questo “Symphonicities”, ovvero, come avvisa l'adesivo in copertina, i “classici re-immaginati per orchestra” (uno di quegli sticker che impreziosiscono le raccolte da cestone di autogrill) è iniziata la fase di bollitura.
L'inutilità di questa operazione è lampante. Quasi tutti i nomi storici del rock possono vantare un album di versioni pompose della Royal Symphony Orchestra di turno. Anzi, potrebbero vantarsene, ma, normalmente, non lo fanno, anzi, se ne tengono alla larga perché se ne vergognano.
Oppure, al massimo, si mettono una mano sul cuore, in mezzo incontrano il portafoglio e se il produttore glielo riempie, concedono un'apparizione ben consapevoli della destinazione ideale del prodotto: le autoradio di appassionati non troppo esigenti che ritengono che un'orchestrazione strabordante da vecchio film hollywoodiano nobiliti qualsiasi cosa. Invece Sting, archiviata in fretta anche la reunion dello storico trio, si è buttato a capofitto nel progetto che parte proprio dal primissimo singolo dei Police. La scattante “Next to you” viene ridicolizzata dallo zumzumzumzumzum degli archi in ostinato, con buona pace del noto critico Anthony De Curtis (no: non è un omaggio a Totò, esiste davvero), ingaggiato per scrivere note di copertina da “captatio benevolentiæ”, che la definisce “accecante e spettacolare”. I vecchi pezzi ne escono annacquati anche se le melodie di “Every little thing she does is magic”, della meno nota “I burn for you” e dell'immortale “Roxanne” - una delle migliori di questo lotto anche se lontana dall'eccellenza - risaltano. Meglio “Englishman in New York”, anche perché, nell'originale, il sintetizzatore già simulava l'orchestra. Debordante “I hung my head” (che contrasto con la rilettura scarnificata di Johnny Cash), soporifera “When we dance”, banalizzata “We work the black seam”. Meglio altre canzoni, magari non così note, che più si prestano all'operazione che, però, resta assolutamente superflua: se il signor Gordon Matthew Sumner l'anno prossimo girerà la boa dei sessant'anni dimostrandone una quarantina appena, musicalmente è molto più vecchio della sua età anagrafica. A quando un bel disco rock come ai bei tempi? Non solo: nei concerti di questo periodo proponeva anche altri classici come “Russians” che, nascendo da un tema di Prokofiev, sembra, anzi, è fatta apposta. Aridatece le tartarughe blu.
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

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