Lunedì 07 Marzo 2011

NOasis: stavolta c'è solo Liam
ma questo stile è sempre il loro

COMO Oasis? Noasis! Alla fine, come si poteva largamente prevedere fin dagli inizi della tormentata vicenda della band simbolo del brit-pop abbi Novanta, i fratelli Gallagher si sono vicendevolmente mandati a quel paese. Chissà, forse l'ansia di ripetere le gesta passate delle più blasonate star del Regno degli anni Sessanta li ha condotti al punto estremo. Rumorosi come gli Who, sguaiati come gli Stones, melodici come i Beatles guardavano spesso ai Kinks e se Ray e Dave Davies hanno impiegato più di trent'anni a tagliare definitivamente i ponti l'uno con l'altro, Liam e Noel hanno retto per “soli” diciotto. Caratteri spigolosi, poco inclini al compromesso, pronti a saltarsi alla gola per un nonnulla (e, in effetti, la classica goccia che ha fatto traboccare l'altrettanto proverbiale vaso è sgorgata da una scaramuccia di pochissimo conto). Ora da una parte c'è Noel Gallagher, principale compositore, da tutti considerato la vera anima della band anche se, va ricordato, è stato Liam a metterla in pista. Quest'ultimo, dopo avere accarezzato per un breve periodo l'ipotesi di conservare anche la remunerativa sigla originale, al massimo con qualche piccolo cambiamento (insistiamo: “Noasis” sarebbe stato bellissimo ma non è venuto in mente a nessuno) ha deciso di proseguire. E dire che Oasis era un nome semplice da memorizzare, si prestava a infiniti giochi grafici e - era stato scelto apposta - è simile nelle principali lingue europee (identico in francese e spagnolo, pur se con pronunzia differente, “oase” in tedesco, ovviamente “oasi” in italiano). Beady Eye, invece, si potrebbe tradurre con “occhio imbellettato” o “perlinato” o...
Insomma, si fatica a renderne il significato. Nella copertina di “Different gear, still speeding”, album d'esordio, invece di una bella foto con le loro facce in evidenza ecco uno scatto del 1920, “Doreen taking an alligator ride”, tanto per confondere le acque. Non sono solo questi i problemi del nuovo gruppo di Liam ma sono dettagli esemplificativi dell'impasse in cui si trova l'orgoglioso artista. Si è tenuto i chitarristi Andy Bell (che nell'altra band era passato al basso) e Gem Archer e il batterista Chris Sharrock. Che dire? Suonano come gli Oasis, la voce è quella degli Oasis, le canzoni, tutte firmate da - Liam con Bell e Archer - sono in perfetto stile, anzi “non stile” visto che “The roller”, uno dei singoli, è una sorta di rimasticatura della celeberrima “Instant karma” di John Lennon e se ciò non bastasse c'è perfino un brano intitolato “Beatles and Stones” (che non solo cita “Little red rooster” e tutti i vecchi blues incisi da Jagger e compagni, ma ruba un'idea agli House of Love che registrarono “The Beatles and the Stones”). E così tra giri di accordi già sentiti altrove - l'attacco di “Wind up dream” identico a quello di “Proud Mary” dei Creedence, “Bring the light” che mette assieme “Back in the Ussr” (Beatles) e “Let's spend the night together” (Stones) - e qualche spunto di pop particolarmente riuscito come “For anyone”, “Different gear, still speeding” supera i cinquanta minuti ma non dice nulla di nuovo se non che, come teorico del postmoderno musicale (dove non esiste il plagio ma solo la citazione e più citazioni danno vita a qualcosa di originale), Noel è più abile di Liam. Quest'ultimo deve essersene accorto e leggendo i commenti non troppo lusinghieri della stampa britannica ha recentemente aperto uno spiraglio piccolissimo all'eventuale riunione.
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

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