Lunedì 27 Giugno 2011

Evergreen: i «dolci» ricordi
del romanticone Pat Metheny

COMO Quando arriva il classico bollettino con le nuove uscite dove si legge che il prossimo album di Pat Metheny si intitola “What's it all about”, è facile essere percorsi da un brivido.
Non di piacere. Il primo dubbio è che si tratti di una raccolta di interpretazioni di brani firmati da Burt Bacharach: quella frase, inconfondibile, apre “Alfie”, il brano preferito dal maestro, notoriamente afono, che ama proporla in concerto con un filo di voce. Quasi tutti i jazzisti che hanno voluto cimentarsi con il repertorio dell'autore di “Walk on by”, “Anyone who had a heart” e decine di altri successi, si sono rotti le ossa, come è accaduto al normalmente ottimo McCoy Tyner pochi anni fa, o come è successo in passato, restando in ambito chitarristico, a Wes Montgomery.
Fortunatamente no, non si trattava di quello. O, meglio, non solo di quello. C'è “Alfie”, proprio lei, ma anche “The sound of silence”, il classico di Simon & Garfunkel, c'è la “Garota de Ipanema” di Tom Jobim, c'è “Rainy day and mondays” dei Carpenters, “That's the way I've always heard it should be” di Carly Simon, ci sono perfino i Beatles di “And I love her” dove George Harrison si impegnava in un assolo di chitarra acustica melodico e competente che deve aver fatto sorridere non poco il giovane Pat, “under the Missouri sky”, mentre ascoltava questi pezzi alla radio. Insomma, è un disco fatto di evergreen, quelli amati da Metheny in passato, prima di consacrarsi al jazz. E così scopriamo che il nostro era un romanticone dai gusti zuccherosi. È un album in solitario, con la chitarra baritono grande protagonista, senza sovraincisioni precisa l'artista stesso in una nota per nerd dello strumento dove sottolinea che si tratta della stessa con cui ha realizzato “One quiet night” (dove comparivano, in mezzo a composizioni originali, anche “Don't know why” di Norah Jones e “Ferry cross the Mersey” di Gerry & the Pacemakers, a conferma della vena pop saccarinica). Non vi tedieremo descrivendo la misteriosa accordatura e la scelta di cambiare le corde centrali con un paio adatto a un'ottava superiore: è il risultato quello che conta e il risultato è vario, più di quanto si potrebbe pensare. La “ragazza di Ipanema”: ad esempio, è facile prevedere una bossa tutta ritmica, buona per un ascensore o per la sala d'aspetto di un aeroporto. Invece si tratta di un caso in cui, come ha dichiarato lui stesso, il brano viene utilizzato come un canovaccio su cui Metheny pennella in astratto. In altri casi, come “The sound of silence”, la versione è proprio da fischietto in bicicletta, tanto che viene in mente non il testo originale di Paul Simon ma quello tradotto da Carlo Rossi per Dino (“Se tu guardi gli occhi miei / che hanno pianto per amor /  che han versato tante lacrime / puoi trovarci la tua immagine / quel tuo viso / quella bocca che baciai / che baciai / e così / saprai...”). Il pezzo dei Carpenters, che è poi firmato dal grande Paul Williams, era già venato di malinconia in originale: tra le mani del chitarrista diventa la colonna sonora ideale del tramonto sul mare in una serata estiva con poco sole, un po' come accade con “Cherish” degli Association, con il brano di Carly Simon che è quasi irriconoscibile. E i Beatles? Fedele all'originale, segno che quando uscì “A hard day's night” il decenne Patrick imparava a diteggiare seguendo le immagini dei Fab 4 sul grande schermo. Lì Harrison ostentava una dodici corde?
Chissà, forse è questo che ha convinto Metheny a farsene costruire una che ne conta ben quarantadue (ma in questo pezzo si limita a una classica). Un'oretta di piacevoli ricordi.
Alessio Brunialti 

a.cavalcanti

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