Abass: «Quanto ho lottato e lavorato per lo scudetto. Cantù, fai come me»
Abass, al centro, tra Gaines (a sin.) e Thomas (Foto by Butti)

Abass: «Quanto ho lottato e lavorato
per lo scudetto. Cantù, fai come me»

L’ex capitano biancoblù in trionfo con la Virtus Bologna

Quella storia del coprifuoco a mezzanotte, una sorta di novelli Cenerentola in canotta bianconera della Virtus, ha accorciato, e non di poco, i festeggiamenti post scudetto conquistato schiantando l’AX Armani Milano nella finale playoff: 4-0.

E così, Awudu Abass Awudu da Camerlata, il giorno dopo il suo secondo tricolore, è bello vispo e con la tradizionale voglia di parlare. L’adrenalina è ancora in circolo e a mettere in fila i pensieri, ora che a 28 anni è un uomo e un papà maturo, fa molta molta meno fatica. Anzi. Allora inutile cercare di porre freno a un fiume in piena.

Che sensazioni vai provando?

Di enorme sollievo. Anche a livello personale. Finalmente, dopo tanto, posso dire di aver vinto uno scudetto giocando e da protagonista.

Scudetto, lasciacelo dire, non banale.

Tutti hanno avuto gli attributi. La cattiveria, l’agonismo e la cazzimma. Ci si guardava negli occhi e ci si gasava a vicenda.

Qual è stato il passaggio chiave?

Partire in trasferta. Andare a casa loro, non da favoriti. Una situazione che ci ha dato la carica. Ma questo vale per la finale scudetto, per i playoff il momento è stato un altro.

Faccelo sapere, allora.

Per me il terzo quarto di gara tre a Treviso. Sotto di 15, abbiamo rimontato e vinto grazie alla difesa e a una nuova consapevolezza data da un quintetto messo in campo per la prima volta da Djordjevic. È cambiata lì, da parte sua e da parte nostra, la gestione psicologica e tattica del playoff. Nuove rotazioni che ci hanno dato consapevolezza e, poggiando su una grande difesa, siamo andati a passare il turno anche con Brindisi.

Una post season eccezionale, con serie vinte tutte a 0.

Che enorme felicità.

E dire che tutto il cinema per te non era iniziato certo bene...

Diciamo che non è stata una stagione facile. Per me forse la seconda più difficile della carriera. Ma con carattere, pazienza e lavoro duro ne sono uscito. Conquistando la fiducia dell’allenatore e dei compagni. Chi mi conosce lo sa che per me va così: il lavoro paga. E non bisogna mai lasciarsi andare, con carattere.

Ti è dunque scattata una molla...

La mia chiave è stata crederci sempre, senza mai abbattermi. Sapevo che, presto a tardi, sarebbe arrivato il mio momento.

Lo scudetto, quello che sognavi da bambino. Quello che un giorno, grazie a una clausola del contratto, ti fece lasciare Cantù da capitano per provare a diventare grande altrove.

Più che un sogno era un obiettivo. Una cosa che poteva succedere. Niente di impossibile.

Comunque una bella soddisfazione.

Ma a livello personale ci tengo a dire che poco mi importa andare in giro a dire che ho vinto un altro scudetto. Per il mio tipo di percorso, invece, è una cosa molto importante. Perché si arriva a vincere proprio al termine di un percorso, che è individuale e di squadra. Bello conquistare un tricolore, una Coppa e l’Europeo, ma ancora di più è come ci si è arrivati. Volete mettere le partite, i viaggi, la tensione o lo stress? O tutto quello che c’è dietro: la preparazione, i video e le riunioni. La vittoria è speciale, ma bello è il viaggio. Che ti fa crescere.

E tu quanto sei cresciuto?

Tanto. Sempre. Pescando soprattutto dai momenti più bui. Che noia sarebbe vincere, vincere e continuare a vincere senza avere mai un problema. Preferisco averlo fatto toccando il fondo e poi risalendo. Come mi è capitato. Senza mollare, sempre tenendo duro. Qui, come accaduto a Cantù, a Milano e Brescia. Pensate sia stata facile la mia prima stagione a Brescia?

Sei sempre riuscito a risollevarti, nuotando anche contro la corrente.

Fa parte del mio carattere, della sicurezza che ho nei miei mezzi. È la forza che anche stavolta mi ha portato a tornare addirittura in quintetto, in alcune partite dei playoff. Mi arriva da dentro. Da sempre. Da quando ero bambino.

A proposito di bambino, come è stato vissuto questo nuovo successo a Camerlata?

Un tripudio. Mi ha scritto una vagonata di gente. Tutti quelli che conosco fin da piccolo.

E a casa Abass?

Vi lascio immaginare. Tutti senza voce e strafelici.

D’altronde con risultati di questo genere...

Incredibile. Tre serie playoff senza nemmeno una sconfitta, per me la prima volta di un risultato del genere. Testimonia quel che di grande abbiamo fatto. Tra l’altro per nulla scontato. 3-0? 4-0? Vuol dire allora che sei nettamente superiore. No, ma vuol dire quanto ci abbiamo creduto quest’anno a Bologna.

Bologna, appunto. Per la prima volta dopo Cantù sei approdato in una città che vive e respira di basket...

Pazzesco. Qui si respira davvero. E me ne accorgo ogni giorno. Prendete il periodo della finale: ero in città da solo, senza la famiglia. Allora viaggiavo in taxi: su dieci volte, nove mi è toccato parlare di pallacanestro, della Virtus e della finale. Altroché pre partita per concentrarmi...

Situazioni uniche.

Ovunque vado, trovo almeno un tifoso che mi ferma. Entro al bar e scattano subito tre-quattro foto alla volta. Nel nostro palazzo abbiamo una decina di virtussini che ci dà la carica, esci di casa vedi i vessilli nostri e della Fortitudo. Sali in auto e al semaforo ti avvicina qualcuno in bici a chiederti un selfie. È il bello di questa città, ma è tutto molto bello anche per me.

Par di capire che non ti faccia dispiacere...

Al contrario. Me la godo tutta, visto che tra dieci anni chissà cosa sarà quando tutto passerà.

Nell’anno della tua consacrazione, c’è da registrare la retrocessione di Cantù.

Tanto, tanto dispiacere. Non avete idea.

Come l’hai vissuta a distanza?

Molto male. Perché so quello che vale la serie A per la città. Retrocedere non è mai bello, poi se è solo la seconda volta nella storia fa ancora più male.

Cosa ti viene da dire alla gente canturina.

Capisco i tifosi di Cantù, che arrivavano da anni da dimenticare, nei quali sono stati costretti anche a spostarsi dal Pianella a Desio, e che avevano riposto tante speranze dopo l’eroico salvataggio fatto proprio da gente del posto. L’A2 è stata un’autentica mazzata.

Come uscirne?

Per prima cosa spero solo che ritorni presto la Cantù che era prima. Ma direi che con questa proprietà e con questa dirigenza le premesse per fare bene ci sono tutte. Poi...

Poi?

Poi, un po’ come successo a me, non è detto che faccia così male toccare il fondo. L’importante, però, è avere la voglia e la forza di risollevarsi. Cancellando i momenti più bui, come può essere questo della retrocessione, e trovare la voglia di lottare per qualcosa di importante.

Tra l’altro gli esempi da seguire, anche nel basket, non mancano.

Infatti. Guardate la Virtus Bologna: è retrocessa, fallita e adesso è tornata più forte di prima. E la Fortitudo, retrocessa, tornata e poi in grado di salvarsi. O Treviso, che è scesa ma che adesso è una piazza di nuovo importante, più competitiva del passato e in grado di dire la propria in serie A. Sono convinto che Cantù, alla luce anche di queste esperienze, sappia trovare la forza per tornare.


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