Ballerini: «Contento del Giro Però i fischi mi hanno ferito»
Il canturino Davide Ballerini sulle strade del Giro

Ballerini: «Contento del Giro
Però i fischi mi hanno ferito»

Si confessa il protagonista canturino, spesso protagonista nella corsa rosa

Davide Ballerini è tornato a casa dopo un Giro sfiancante, difficile psicologicamente per via del Covid, ricco anche di tensioni, ma che gli ha regalato giornate da protagonista. Alla fine il bilancio del canturino della Deceuninck Quick Step è positivo, con lampi di classe che non sono passati inosservati, tra i commentatori. E tra gli appassionati, come testimoniava quella gigante scritta “Vai Ballero” vergata sull’asfalto della salita verso ai Laghi di Cancano. Chissà, forse frutto del suo Fans Club di Santa Maria Rezzonico. «Sì, sono soddisfatto. Alla fine è andata bene», dice al telefono, con una voce rilassata e cordiale ma che lascia trasparire tutta al fatica delle tre settimane della corsa.

Hai un podio delle tue tappe migliori?

Beh, direi quella dove sono stato battuto al fotofinish, che all’inizio mi ha dato tanta rabbia, ma rivista da qui è stata comunque bella. Poi quella di Matera, dove ero ancora una volta lì davanti. E quella di sabato, anche. Una bella tappa anche per motivi che possono sfuggire allo spettatore: c’erano condizioni climatiche ideali, una luce e una temperatura ottime, pedalare quel giorno è stata una goduria.

E sei andato pure in fuga. Che ci faceva Ballerini in azione solitaria, sulle montagne,tu che non sei uno scalatore?

Ah ah (ride, ndr)... Ma no, sono andato via in discesa perché quel tratto lo conoscevo bene, ci avevo corso da Under, stavo bene, vedevo che il mio gruppetto stava sulla difensiva. Allora sono andato. Poi, sulla successiva salita stavo bene. Ma non ho fatto nessun pensiero di arrivare in fondo, sapevo che quelli dietro, quelli di classifica, sarebbero arrivati come le locomotive. E poi a un certo punto mi sono fermato per dare una mano ad Almeida, che era in giornata e voleva guadagnare un posto in classifica.

Meno belli i momenti in cui hai investito un cane o hai centrato un cartello stradale con la faccia...

Che spavento, con quel cane! Era la tappa del fotofinish. È sbucato all’improvviso e non ho avuto nemmeno il tempo di frenare. Mi è andata davvero bene a non cadere. Il cartello in faccia è stato una brutta botta, ma pochi danni rispetto a quello che poteva succedere se lo colpivo con l’occhio. Tra l’altro è stata la tappa in cui poi sono andato quasi a riprendere i fuggitivi con Sagan, ma non ce l’abbiamo fatta per poche centinaia di metri.

Com’è aver pedalato per la maglia rosa?

È stata una bella esperienza che ha cambiato le strategie e anche gli spazi che avrei potuto ritagliarmi. Ma avere la maglia rosa in squadra è una emozione che compatta la squadra e ti fa vivere focalizzato sull’esigenza di mantenerla. L’abbiamo tenuta 15 giorni, non male. Joao (Almeida, ndr.) alla fine era contento ugualmente. Ha fatto una grande corsa, a 22 anni.

Tocca parlare dello sciopero di Morbegno, Davide. Ce lo spieghi?

Lo so che la gente non ha capito. Si è trattato di condizioni particolari. Ne ho appena discusso anche con i miei genitori, a tavola. Forse avremmo dovuto parlarne prima, di una tappa di 258 km. il giorno dopo le tappe alpine. Non andava bene. Ma poi è stata la pioggia che ha scombussolato tutto.

Tu lo sapevi, già la sera prima?

Ogni squadra ha un rappresentante nella chat dei corridori. Qualcosa era trapelato, il nostro rappresentante è Masnada. Ma io dopo Cancano ero sfinito e sono andato a letto. Non ho nemmeno chiesto al mio compagno di cosa si era parlato. Si chiacchierava della lunghezza della tappa, ma non c’erano sentori veri che ci sarebbe stata una modifica o una protesta.

Poi?

Poi, alla partenza è venuto fuori il casino. Io non ero schierato, ero combattuto. Anche perché si passava da casa mia, ci tenevo. Ma dall’altra parte devo dire che non è stato un capriccio. Eravamo davvero in difficoltà, e il Covid ha avuto il suo ruolo.

In che senso?

Fare 258 km. sotto l’acqua, la paura di ammalarsi... È stato un Giro psicologicamente difficile. Ogni giorno potevamo aspettarci che si chiudesse tutto, i ritmi erano alti, i nervi tesi. Magari fosse capitato in un altro Giro non sarebbe successo nulla. Ma cercate di capire anche noi, non siamo carne da macello. Siamo umani anche noi. Abbiamo corso in situazioni più estreme, ma sono state le diverse circostanze tutte insieme a far precipitare la situazione. Certo, aver deciso all’ultimo non è stato bello.

Cosa hai provato a fare la tappa in pullman?

Mi sono seduto sui posti davanti per vedere la strada, la gente, rendermi conto della situazione, anche assaporare comunque le mie strade. Ho visto i tifosi sulle strade, quella che ci applaudiva ma anche quella che ci mandava a quel paese. Dai bar qualcuno sbracciava, ci contestava. Non è stato bello, io da atleta ci sono rimasto male. Capisco i motivi, ma certi toni sono stai esagerati. Era una condizione particolare.

Adesso cosa farai?

Non andrò in vacanza per via del Covid. Meglio essere prudenti. A metà novembre ci sarà la riunione per le nuove divise, poi a dicembre il primo mini ritiro. Sempre che si possa fare. Io mi rilasso. Oggi però esco in bici. Ultima pedalata. In relax.


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