Sodini: «Io sono bene perché vi siete innamorati di Cantù»

Il coach non ha dubbi: «Per vincere la finale dovremo limitare le nostre pause»

Sodini: «Io sono bene perché vi siete innamorati di Cantù»
Marco Sodini, allenatore della Pallacanestro Cantù
(Foto di Butti)

Pane, basket e marmellata. Colazione con il coach. In una domenica di colpo fredda e piovosa, altroché chiacchierata in giardino. Lui, come del resto tutto il mondo Pallacanestro Cantù, è alla finestra. In attesa di sapere chi, tra Scafati e Piacenza, dovrà affrontare nella finale per la serie A.

Marco Sodini, cosa prende?

Niente caffè, che ho deciso di eliminare da quando alleno, perché pensavo che mi rendesse nervoso. Spremuta d’arancia, cappuccio e poi altra spremuta. Stavolta siamo fortunati, ci sono anche i cialdoni viareggini.

Ma è sempre così?

Da anni. Do grande importanza alla prima colazione.

Primi pensieri di basket della domenica mattina?

Come tutte le volte che tocca riprendere la preparazione.

E cioè?

Pensare a come stanno i miei ragazzi. La preoccupazione è quella, per adesso niente opzioni sugli avversari o sul dilemma se sia meglio riposare o tenere il ritmo partita. D’altronde ce l’ha insegnato la stagione: meglio essere concentrati su se stessi piuttosto che sui rivali.

C’è quantomeno la consapevolezza che i suoi stiano bene...

E che stiano facendo bene il lavoro. Abbiamo approcciato i playoff nella giusta maniera, tutti quanti hanno fatto la propria parte. E il campo ha detto che su sette partite, di cui sei vinte, siamo stati avanti sempre almeno 34/35 minuti ogni gara. Non male. Ma io sono un insaziabile perfezionista, quindi si guarda avanti.

Come, visto che nemmeno si sa quale sarà l’avversario?

Abbiamo sempre lavorato in anticipo, almeno di una settimana. Grazie all’opera dello staff. Un esempio terra a terra: dobbiamo giocare contro X e poi andare a casa di Y? Allora, proprio finita la gara con X abbiamo già in mano tutto il materiale per la sfida successiva. Un bel vantaggio.

Compreso quel riposo lungo?

Stiamo fermi, in pratica, da giovedì scorso a sabato prossimo. Inevitabile concedere almeno due giorni di stop ai ragazzi. Dobbiamo fare nostri, in astratto, tutti i vantaggi figli di tutta la stagione. Cercheremo di “settare” la squadra perché stia sui canovacci di queste partite.

Il difficile viene adesso.

Abbiamo fatto un ottimo lavoro durante l’anno, ed è lì da vedere. Ma adesso non c’è più una partita pulita, giocare ogni 48 ore non te lo permette.

Cosa le è piaciuto dei suoi in questo scampolo si stagione?

Essere noi stessi. La capacità di essere totalmente squadra. Raramente c’è stato un protagonista, anzi i giocatori sono sempre riusciti a essere altruisti. Questa cosa è stata avvertita dal popolo canturino, ce ne siamo accorti.

Un bel viatico in vista della finale.

Soprattutto perché siamo stati bravi a differenziare le nostre peculiarità offensive. Un giocatore star non c’è stato, ma nelle due serie tutti, a turno, sono venuti fuori: dalla difesa di Severini alla schiacciata di Bryant, passando per il lavoro di Da Ros e degli altri. Bravi, tutti bravi.

Figli, questi risultati, della vostra filosofia nell’allestire la squadra?

Abbiamo avuto una profonda coerenza in fase di costruzione e questo ci ha permesso di non perdere nessuno per strada. Il nostro è stato un percorso lineare anche quando siamo stati obbligati a gestire le difficoltà procurate dalle assenze dei giocatori. Ma siamo stati tutti bravi a gestire la situazione, visto che non abbiamo mai avuto porzioni di stagione senza una serie vincente. Non c’è mai stato un momento in cui non è proseguito il processo di crescita. E questo è stato compreso appieno anche dai nostri tifosi, soprattutto da quelli che hanno potuto seguire la squadra dal vivo. E di questi ragazzi si sono innamorati.

Torniamo alla finale che verrà. Partite che si preparano da sole, o quasi...

Il grosso del lavoro è stato fatto, abbiamo da tenere alta l’attenzione sulle nostre pause durante il match. Vincerà la squadra che avrà meno pause nella serie, ne sono convinto. I valori, al momento, sono tutti livellati dalla fatica. Anche la sfida tra Scafati e Piacenza ce lo sta dicendo: le distanze si sono accorciate.

Come ha vissuto dal divano gara 4 tra le sue rivali?

Devo essere sincero: un pensiero mio ce lo metto sempre quando guardo e riguardo le partite. Prevale l’analisi tecnica, tanto che spesso mi viene da dire: “Ok, adesso hanno fatto questo, quindi noi...?”.

L’ha vista da solo o con i suoi assistenti?

Da solo. Il parere è individuale. Sono i feedback che ricevo poi da loro che rendono completa l’analisi. Stare insieme ed esprimere subito il proprio pensiero potrebbe farci correre il rischio di omologare la visione. Invece, ben vengano pareri anche contrastanti, aiutano a chiarire meglio la situazione.

Visti da fuori, sono tante e diffuse le sollecitazioni che le arrivano da dietro. Ma li sente Oldoini, Frates e compagnia?

Sentirli li sento, eccome. Anche se Max e Fabrizio hanno due modi diversi di vivere la partita. Il problema è la velocità di analisi, nella concitazione del momento e nello svilupparsi della gara. Le decisioni, ovviamente, me le prendo tutte io, così come mi assumo totalmente le responsabilità. Mi fido ciecamente del mio staff, che sa benissimo questa cosa. E non potrebbe essere altrimenti, vista la levatura di chi mi sta a fianco. Il punto, lo ripeto, è capire nel modo più veloce e giusto quanto l’informazione sia spendibile. Anche questa è una componente che ho dovuto imparare, essendo un autodidatta.

Possiamo chiederle di due giocatori un po’ ai margini non per colpa loro, ma che ricoprono un ruolo importantissimo?

Fate pure, sono qui.

Allora cominciamo con Luigi Sergio, il capitano fermato dal grave infortunio al tendine d’Achille, ma sempre con voi.

Gigi non ha mai smesso di essere parte giocante di questa squadra. È stato davvero incredibile. I compagni se ne sono accorti fin da subito. Matteo Da Ros, che ne ha preso i gradi, per primo: “Se mai ci sarà il momento, ci dovrà essere anche lui”, mi ha detto. E testimonia lo stato dell’arte. I ragazzi in campo lo sentivano e lo sentono sempre presente.

Situazione sulla quale lei non ha mai avuto dubbi.

Direi che ho avuto totalmente ragione quel giorno che lo chiamai per dirgli che sarebbe stato il capitano di Cantù e che per questo lo volevo con noi. La sua statura morale, già alta, s’è addirittura accresciuta in questo periodo. Lui è sempre con noi, s’allena e fa recupero di fianco a noi, tutti i giorni. Lo vediamo e lo avvertiamo come presenza. Io non ho alcun dubbio che lui possa recuperare al 100% e tornare ancora più forte di prima. Mi piace citargli, come esempio, l’esperienza di Tremmel Darden, che era qui a Cantù nel mio primo anno da assistente: ha avuto lo stesso grave infortunio, ma si è ripreso è gioca ancora a 41 anni...

L’altro a cui ci riferivamo è Ilia Boev, uscito dalle rotazioni per via del regolamento.

Sta ricoprendo in toto il ruolo che gli è stato chiesto. Sa che ha bisogno di lavorare tanto per cresce, e lo fa senza preoccuparsi. Serio ed esemplare, lavora il triplo degli altri e continua a fare tutto, compreso il 5 contro 5.

© RIPRODUZIONE RISERVATA