In vino veritas: «Il nostro stadio era un modello»

Bruni, ex co-proprietario del Como: «Noi ci eravamo andati vicini al nuovo impianto. Adesso è l’ora»

Fabio Bruni faceva parte della sfortunata cordata societaria che si concluse con il fallimento del Como. Dopo, però, essere passato dalla esaltante e sorprendente promozione in serie B del 2015. Ne facevano parte anche Pietro Porro e Flavio Foti. Una pagina controversa della società azzurra, un fallimento definito “di cachemire”, visto che i soldi a ben vedere c’erano, che fece tramontare l’iniziativa di un gruppo di imprenditori locali che cercavano di ricollocare il Como nel tessuto sociale della città. Inciampati sulla buccia di banana della vicenda Orsenigo. Oggi Fabio Bruni continua a fare il costruttore edile e a fare il vino: le sue etichette sono tra le più rinomate tra i vini ticinesi, dove ha il podere. E così ci siamo arrampicati in vigna, per un motivo semplice: lui era stato (con Foti) il delegato a trattare la vicenda stadio. Era arrivato a un rendering, alle porte aperte da parte del Comune, a un’idea di stadio che era molto simile a quella che ha ora la famiglia Hartono, con albergo, ristoranti, eccetera. Molto simile. Dunque, perché non parlarne con lui? Una chiacchierata davvero piacevole. Con un bicchiere di Viogner in mano.

Bruni, voi eravate arrivati davvero a un passo dal far partire il progetto stadio. Come andò?

Ce ne occupammo io e Foti. Porro all’inizio non ci credeva tanto, ma poi quando vide il rendering si esaltò e gli piacque.

Di chi era il progetto?

Noi parlammo con Hellmich, specialisti in costruzione di stadi all’avanguardia, e ne nacque un progetto bellissimo. C’era un hotel, un autosilo, alcuni ristoranti, una palestra, negozi, un museo...

Sembra di sentir parlare Suwarso.

Quando arrivò l’attuale proprietà, mi incontrai con Gandler per mostrargli il nostro progetto, a livello informativo. E rimase molto colpito. L’idea gli piaceva.

Partiamo con i possibili bastoni tra le ruote. C’è chi dice che lì non si può toccare una vite.

A me non risulta. L’unica parte che non si può toccare è la facciata razionalista della tribuna, tutto il resto si può rifare. Del resto è già stato fatto per tutti i settori, in passato.

C’è chi dice che non si può scavare perché c’è il lago.

Può darsi, ma nel nostro progetto non si doveva scavare. L’autosilo era ricavato nella palazzina vicina all’hangar. Parcheggio dentro, nessun problema di densità all’esterno a cercare parcheggio ovunque. Tifosi già dentro l’impianto, una bella comodità. In settimana autosilo aperto, ovviamente.

C’è chi dice che la politica darà battaglia.

Io questo non lo so, posso solo dire che ai tempi del nostro progetto tutte le fazioni politiche si dimostrarono d’accordo. E il sindaco Lucini faceva il tifo. Poi i tempi cambiano e adesso non lo so. Ma non vedo chi potrebbe mettersi contro un progetto che dà valore alla città. I turisti scaricati in zona giardini, come adesso, avrebbero un’area commerciale a portata di mano, nella zona più bella della città.

C’è chi dice che le società vicine, Canottieri e Yacht Club, potrebbero non essere d’accordo, per esempio a eliminare i parcheggi.

A noi dissero che il progetto andava bene. Pedonalizzare tutta l’area significa valorizzarla. Con l’autosilo vicino non ci sarebbero stati problemi.

Che reazioni avevate avuto?

Positive al 100%. Malagò disse che un progetto del genere era bellissimo. Era un progetto da 40 milioni e a noi ne mancavano 8 per far quadrare i conti, ma stavamo trattando con i vari partner commerciali. Ci saremmo arrivati.

Come osserva la nuova società Calcio Como?

Sono persone serie, indubbiamente. Fa un po’ effetto vedere che in certe aree stanno facendo quello che volevamo fare noi, sia sulla collocazione della società nel tessuto cittadino, sia a livello di settore giovanile, di extra calcio, di stadio. Loro ovviamente hanno soldi in più di noi. Quindi potrebbero bypassere i nostri problemi e le nostre difficoltà.

Si aspetta una accelerata?

I tempi sono un po’ lunghi. Mi sarei aspettato una accelerata sul tema. Però io guardo da fuori e non so. So che la loro filosofia è dei piccoli passi, perché contano di stare qui anni. Loro possono non avere fretta. E’ la città che dovrebbe averne, perché sarebbe bellissimo.

Cosa si ricorda della sua esperienza al Como?

Ferita aperta.

Il fallimento?

Avremo anche commesso degli errori, ma io resto convinto che quella società non doveva essere fatta fallire. Non ce n’erano i presupposti. Scherziamo? Abbiamo pagato sempre tutto.

Però ci fu lo spostamento di Orsenigo da una società a un’altra.

Perché così era più facile ottenere un finanziamento dalle banche. Non c’era nulla di fraudolento. Errori sì, ma malafede mai. Mi creda. Eppure, pur con la coscienza a posto, non sono più tornato allo stadio. Troppa amarezza.

Ma lei che ci faceva nel Como? Era tifoso?

Io abitavo vicino a Orsenigo e andavo a vedere gli allenamenti di Tardelli, Rigamonti, Garbarini, Cappellini... Era il 1975. Andavo allo stadio con il bandierone. Scherziamo? Giocavo anche. I miei idoli erano Tardelli e Boldini e io giocavo terzino. Ero bravino, avrei potuto continuare. Ma poi ho preferito la scuola...

E dal punto di vista calcistico, quelle stagioni da dirigente cosa le hanno lasciato?

Tante cose. L’adrenalina. Non pensavo che fosse così sofferta la partita da dirigente. Poi due successi sportivi: la salvezza di Carpi e, ovviamente, la promozione in B.

Buttata alle ortiche con la retrocessione immediata.

A leggere quel centrocampo, con Bessa, Barella, Basha, e con Ganz davanti mi chiedo come abbiamo fatto a retrocedere.

A proposito di Ganz. Andò via a parametro zero...

Che errore. Andammo lunghi con i tempi.

Lei ha conosciuto Barella giovanissimo.

Quando arrivò, cenò al Moevinpick. Io lo raggiunsi. Ci parlai e dopo venti minuti dissi al suo procuratore: ma ha 18 anni o 30? Ricordo che voleva già un figlio. Era già un uomo.

Torniamo alla festa per la promozione in B.

Bellissima. E poi la notte raggiungemmo casa mia a piedi con pane e salame e una bottiglia di vino...

Ah già, perché lei fa il vino. Buono, tra l’altro.

Sono proprio sul confine con l’Italia. La mia vigna confina con la rete di separazione fra i due paesi. Potrebbe essere anche un vino comasco, in fondo...

Vince premi a ripetizione.

Grazie al mio enologo. Ettore Biraghi che è un fenomeno. Adesso vogliono la sua competenza anche in America, dove segue una società.

Non farà mica come con Ganz...

No, no: me lo tengo stretto. E’ venuto addirittura ad abitare all’interno del mio podere, dove abita anche Cadel Evans. Due veri fenomeni.

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