Cominetti: «Addio? Non si sa mai Pago per via dei risultati di Cantù»
Luciano Cominetti (Foto by Cusa)

Cominetti: «Addio? Non si sa mai
Pago per via dei risultati di Cantù»

La lunga intervista al coach della Libertas di serie A2 maschile

Negli ultimi tre anni ha fatto la spola praticamente quotidiana tra Bergamo, dove vive, e Cantù. Questo, dopo averlo fatto nel recente passato altri quattro anni. D’ora in poi, Luciano Cominetti questa strada non la coprirà più. O, quantomeno, un po’ meno di quanto fatto finora. Il mancato accordo con la Libertas per la stagione 2020-2021, infatti, lo porterà ad allenare a Costa Volpino, nella B1 femminile, città nella quale peraltro è nato. Una scelta presa dal presidente Ambrogio Molteni, che comunque non ha intaccato i rapporti tra i due.

E così, per Cominetti inizia una nuova avventura sportiva. Le mancherà, coach, andare e tornare quasi ogni giorno in Brianza?

«L’auto è la mia seconda passione, sono un buon guidatore e, dunque, non mi è mai pesato viaggiare da e verso Cantù. Quando ti muovi per raggiungere una meta piacevole, del resto, il viaggio non pesa mai. Questo, in fondo, è stato per me allenare la Libertas».

Quello di questi giorni, tra lei e la Libertas, è stato il terzo addio. Ciò significa che, in precedenza, la società l’ha voluta sulla sua panchina per tre volte. Ci sarà spazio per una quarta chiamata in futuro?

«I procuratori dicono che gli allenatori li scelgono i presidenti. Stimo Ambrogio Molteni per il suo modo di operare e a Cantù mi sono trovato sempre bene. Credo che lo stesso valga al contrario. La chiarezza, a mio giudizio, aiuta lo sviluppo di buoni rapporti e la stima reciproca delle persone. Questo ritengo sia ciò che aiuta a riscommettere su di me. Tra l’altro, nella mia carriera non sono stato richiamato soltanto da Cantù, ma anche da Bergamo e da Costa Volpino. Vorrà pur dire qualcosa, no? La quarta volta, insomma, dipenderà soltanto dalla volontà del presidente».

A Cantù, la punta più alta l’ha raggiunta lo scorso anno con la semifinale per la SuperLega persa al tie-break contro Bergamo. Ha mai creduto davvero in una promozione?

«Lo scorso anno siamo partiti con la consapevolezza che avremmo potuto giocarcela con tutti se avessimo lavorato duramente in palestra. E’ stata un’annata fantastica, nella quale abbiamo messo in campo tanti giovani su cui nessuno era stato pronto a scommettere. Noi l’abbiamo fatto e siamo arrivati fino alla semifinale. La promozione avrebbe messo in difficoltà la società e, onestamente, sarebbe stato bello farlo, sportivamente parlando. Quest’anno l’abbiamo messa in difficoltà davvero, ma nel modo opposto. Alla fine, per me, è arrivato il benservito».

Al di là dei proclami, spesso i risultati sono l’unico vero obiettivo delle società. In questa logica c’è davvero spazio in A2 per far crescere i giovani?

«Una volta agli allenatori si chiedeva di allenare. Oggi, invece, si pretendono i risultati. Così facendo c’è poco spazio per la crescita degli atleti, perché i tecnici, per non essere allontanati, hanno bisogno di costruirsi un curriculum vincente. Le squadre hanno bisogno di un giusto mix tra giocatori di prospettiva e atleti esperti, che abbiano voglia di sacrificarsi in palestra. Gli esperti, se sono d’esempio, hanno un grande valore nella crescita dei più giovani. Ciò, a patto lavorino come e più degli altri».

Dall’accordo con il Vero Volley nasce l’idea di trasformare la Libertas in una piccola fucina di futuri campioni. Pensa che in un progetto del genere possano trovare spazio giocatori d’esperienza come Monguzzi e Butti, ossia due punti di riferimento della sua squadra?

«Se fossi io il futuro tecnico li terrei. Sono ragazzi che lavorano, che si danno da fare e che rappresentano punti fermi importanti attorno a cui costruire. L’anima canturina, insomma, deve rimanere. Diversamente, che Libertas sarebbe?».

Un discorso analogo vale anche per suo figlio Roberto. Crede troverà spazio anche nella prossima stagione, oppure che dovrà migrare altrove?

«Non parlo da padre, ma da allenatore. E’ un ragazzo determinato, con la testa sulle spalle ed è un gran lavoratore. Da cinque anni è a Cantù, conosce tutto e, dunque, farei fatica a lasciarlo andare. Non si tratta di promuoverlo, ma è una parte tecnica indiscutibile di questa squadra».

Ultimo, ma non certo per importanza, un pensiero per il suo vice Massimo Redaelli.

«Con Max abbiamo lavorato tre anni sempre con grande intesa. E’ pur vero che alla fine le decisioni toccavano per ruolo a me, ma lui mi ha sempre sottoposto le sue valutazioni affinché io potessi avere anche il suo punto di vista. Fosse possibile, lo vorrei ancora con me».


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