«Costretto a 50 anni  a rimettermi in gioco»
Angelo Gilardi, oggi, con la compagna Manuela

«Costretto a 50 anni

a rimettermi in gioco»

Angelo Gilardi, 11 stagioni con la Pallacanestro Cantù: «In difficoltà dopo aver perso il lavoro la vera fortuna è stata aver trovato i Furia di Novedrate».

«Che fine ho fatto? In effetti ho girato un po’ dopo aver chiuso la mia lunga stagione a Cantù... Ho continuato a giocare nelle serie minori da Imola a Udine, da Modena a Carmagnola, da Pavia a Olbia dove mi sono trattenuto per 7-8 anni prima di tornare in Brianza, “rapito” dall’amore. Ora vivo a Meda, lavoro alla Furia Cuscini di Novedrate, ho una figlia di 25 anni, Carola, e un maschietto di 5, Alessandro, che ho avuto con la mia nuova compagna Manuela. Può bastare?». Angelo Gilardi, quanto a simpatia, non è cambiato di una virgola rispetto a quando giocava da queste parti. Prelevato dalla Polisportiva Olginate da parte dalla Pallacanestro Cantù quando aveva soltanto 13 anni.

«Non ho mai saputo chi mi ha “scoperto” - sorride -. La verità è che hanno visto un bimbo che era particolarmente alto e l’hanno preso a scatola chiusa. Perché non è che sapessi giocare granché... Ricordo che in occasione della mia prima volta al Pianella, a quel tempo alcune partite delle giovanili precedevano quella della prima squadra, entrai a pochi secondi dalla fine e tirai due volte centrando in entrambe le occasioni mio padre che se ne stava seduto dietro il canestro... D’altronde, le mie mani erano quel che erano. E non è che in seguito siano migliorate granché».

E del debutto in serie A che ricordo conserva? «Che metà squadra era influenzata e così furono costretti a schierarmi. Mi sembra fossimo a Fabriano». Come “mi sembra”? Non sono avvenimenti che si dovrebbero scordare. «Da questo punto di vista sono messo male, nel senso che della mia carriera non è che ho tutto ben focalizzato. Anzi. Quello che non dimentico, però, è che mi sono sempre divertito, dal primo all’ultimo anno. Che sono sempre stato bene e che questo mestiere l’ho svolto con tanto piacere. Ho sempre fatto fatica a capire, figurarsi a comprendere, quei giocatori che si dichiaravano stressati. Per me era inconcepibile».

Avrà in mente, però, che ha sollevato una Coppa Korac... «Sì, ma l’immagine più nitida che conservo è quella di me che durante la rifinitura la mattina della partita, dico ai compagni “che si vinca o si perda, il ristorante per stasera va prenotato”. E così ho fatto. Abitualmente noi cenavamo al Giardinett, ma scelsi La Palma, oggi Al Capolinea. E così mentre il resto della squadra festeggiava la coppa nel solito locale, soltanto Mannion mi raggiunse dall’altra parte. E fu proprio lì che si consumò la tanto attesa cerimonia del taglio dei baffi di Pace. Fui io a procedere... E a proposito del nostro fenomenale americano, ricordo le sue lacrime, sincere, quando ci comunicò che la stagione seguente non avrebbe più giocato con noi. Andava a guadagnare il triplo, se non il quadruplo, e piangeva... Del resto, la forza di quella squadra e di quei tempi era il gruppo. La sua unione, la sua coesione».

Lei si è ritirato dall’attività professionistica ancora piuttosto giovane, avendo allora 31 anni. Che ha fatto poi? «Finché ho potuto ho continuato a giocare nelle serie minori, chiudendo la carriera là dove tutto aveva avuto inizio, ovvero a Olginate. Ricordo, in particolare, la parentesi di 7-8 anni a Olbia con entrambi i club della città. Ed è lì che ho conosciuto Gigetto Datome quando era adolescente. A proposito, mi ha fatto molto piacere vedermi citato nel suo libro “Gioco come sono”, quando a proposito di me scrive: “Certe lezioni di Angelo “Gillo” Gilardi mi hanno aiutato tantissimo nella mia carriera. Una su tutti? Lo spogliatoio è sacro”».

Senza più pallacanestro, che ha fatto nella vita? «Dapprima mi avevano ritagliato un ruolo all’interno di un’impresa edile, ma poi l’azienda ha chiuso e mi sono trovato in difficoltà. A 50 anni ho dovuto rimettermi in gioco. Per fortuna che una costante nella mia vita è stata quella di aver sempre trovato delle gran persone. Dalla famiglia Allievi che mi accolse a Cantù alla famiglia Furia che mi ha dato la possibilità di tornare a lavorare. E ora sono felice».

Angelo Gilardi, lecchese di Olginate è nato il 21 febbraio 1966.

Centro di 2.07, cresciuto nel settore giovanile della Pallacanestro Cantù, club nel quale da “senior” ha disputato 11 stagioni suddivise in due tranche: dal 1983-84 al 1985-86 e dal 1987-88 al 1994-95.

Tutto ciò per un totale di 300 presenze abbondanti in maglia biancoblù, con la conquista della Coppa Korac 1991. Nell’unica annata non contemplata (1986-87) è andato in prestito a Gorizia, dove peraltro avrebbe chiuso la carriera ad alto livello nel 1997.


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