Della Fiori: «Ho sbagliato E chiedo scusa a tutti»
Daniele Della Fiori (Foto by Butti)

Della Fiori: «Ho sbagliato
E chiedo scusa a tutti»

Il gm dell’Acqua S. Bernardo: «Ma io e Cantù abbiamo tanta voglia di riscatto»

Questione di feeling. Coraggio e determinazioni. Qualità che non sono mai mancate a uno come lui. Che ha l’onore e l’onere di allestire la squadra, oltre di esserne il primo tifoso. Senza bisogno che ce lo ricordi. Basta il cognome, e a Cantù e nella pallacanestro non è banale, e il vissuto. Umano, prima ancora che professionale.

Dopo la retrocessione della S. Bernardo, la contestazione e le critiche, il general manager Daniele Della Fiori rompe il silenzio e lo fa con un timing perfetto, e cioè a stagione terminata.

Per prima cosa, come sta?

Sono qui con il capo cosparso di cenere a prendermi le mie responsabilità. Non mi nascondo. So benissimo che ci sono stati degli errori nella gestione sportivo, e la cosa mi dispiace moltissimo. Così come anche l’epilogo, che brucia tantissimo.

Vuole entrare nei particolari?

Il pacchetto dei lunghi non è stato all’altezza, è vero. Così come c’è stata una carenza di leadership, e nei momenti decisivi lo si è visto. Poi in fase di riparazione si è sbagliato a puntare su un giocatore fermo da un anno, Bigby-Williams, e con poca esperienza. Colpa mia più che sua, ovviamente.

Un’analisi più lucida, quasi glaciale.

Non abbiamo raggiunto l’obiettivo. E per questo devo chiedere scusa alla società, al consiglio di amministrazione, agli sponsor, a tutti i tifosi e all’ambiente. Sono davvero costernato.

Tutto in una stagione non normale.

Anzi, una stagione di grande problematicità, aggiungerei io. Ed è l’analisi di un’annata assurda. Del Covid si è già detto e ridetto e quindi non vorrei tediare, ma c’è davvero tanto rammarico per quel che è accaduto dal post Cremona.

E cioè?

Una serie di disavventure di nuovo piombate su un gruppo giovane e che di tutto aveva bisogno che stare in quarantena dalla terza di campionato.

Perché?

Perché dopo la positività di Smith, in pratica, la squadra si è privata di tutto. Faceva solo casa, palazzetto e ritorno. E un nucleo alle prime esperienze, qui senza famiglia e affetti, era logico che potesse battere anche in testa. La componente mentale, insomma, ha avuto lo stesso peso di quella fisica.

Situazione non facile da gestire...

Soprattutto molto complicata per i nostri rookie. E il vero rammarico resta che noi non fossimo una squadra non competitiva. Anzi, pur tra tutti i problemi, siamo arrivati a un non nulla dal vincere tre partite perse all’ultimo secondo. Lo ripeto, però: è una rammarico, non una scusante. Perché abbiamo avuto coraggio, non siamo stati una squadra che ha sbracato. Poi, è vero, ci si sono messi contro gli episodi. Che ci hanno sempre condannato, mai salvato.

Il tutto con un budget forse il più risicato del lotto...

E la cosa è risaputa. Per me il fatto che sia stato di fatto coperto da un’ottima gestione societaria e che non si siano fatti altri debiti è un grande motivo di orgoglio. Pur con tutti i rischi che ci siamo presi, anche quelli di diminuire le risorse pur di risanare le casse della società. Ma l’effetto ora si vede. Agenti e addetti ai lavori sono tornati a considerare Cantù come una realtà sana e che onora gli impegni. Prima tremavano, adesso sanno di avere a che fare con un progetto credibile e affidabile.

Un fatto molto importante.

E nessuno ce lo può togliere. In questi due anni mi è capitato spesso di metterci la faccia a garanzia, ma ben sapendo di avere alle spalle una società che sta lavorando benissimo. Il budget era sì molto risicato e io da aziendalista convinto ho sempre concordato la linea, certo che fosse l’unico modo per garantire un futuro. Ecco perché vi dico che non è tutto da buttare.

A cominciare da cosa, per capirci?

Dal progetto di Cantù Next, vera linfa per nuovi imprenditori, grazie all’intuizione felice di quelli che già c’erano e ci sono. La costruzione del nuovo palasport potrà essere la svolta per la nostra società e un esempio per tutte le altre.

E veniamo a lei, alla contestazione e agli attacchi personali.

Dicessi che non mi hanno toccato, sarei un bugiardo. Anche perché la mia famiglia vive qui e ci sono state ricadute un po’ su tutti. Le critiche ci stanno, soprattutto quando uno non fa risultato, anche se tutti conoscevamo l’obiettivo, che era quello di salvarci e che non abbiamo centrato per pochissimo.

L’accusano di essere un po’ freddo e fuori dai giri.

Lo so, ma non è così. A livello professionale, fare quello che faccio nella mia città a volte mi costringe a isolarmi. A costo di sentirmi attaccato per questo. Ma talvolta rischierei di compromettere il lavoro e non essere obiettivo, perché - e vorrei che non fosse dimenticato - io sono follemente tifoso di Cantù. Ma...

Ma?

Ma ho necessariamente bisogno di scindere la parte emozionale da quella professionale. Ecco perché potrei sembrare freddo e distaccato, ma non è così. Sono costretto a farlo per cercare di lavorare al meglio. Anche perché, per carattere, non sono uno che va a cercarsi consensi fine a se stessi.

E adesso?

Adesso sono motivatissimo e ho una grande voglia di rivincita. Ma non sono il solo. Perché tutto il club è così.

Che futuro sarà?

Partiamo dal concetto base che Cantù ha una grandissima storia, che tutti da Cantù si aspettano molto e che quindi bruci il finale di questa stagione. Viste le condizioni degli ultimi anni e il fardello ereditato dalla proprietà, è stato un vero peccato non aver raggiunto il risultato in una stagione comunque contraddistinta da difficoltà e problematiche gigantesche. Detto tutto ciò, Cantù c’è e ci sarà.

E in soldoni cosa significa?

Che vedremo cosa ci riserverà il futuro. A oggi è troppo presto per dirlo. Se fosse, malauguramente, A2 sarebbe ipercompetitiva. Ho parlato e riparleremo con la società. C’è grande motivazione e voglia di rivincita. Il club farà le sue valutazioni, ma stiamo lavorando tutti con un team organizzato e affiato. Io stesso, ve l’ho già detto, sono mosso da desiderio di rivincita.

L’incertezza della categoria però potrebbe logorarvi...

Non aiuta, è chiaro. E anzi rende tutto più difficile. Puoi costruire una squadra di A competitiva anche muovendoti tardi sul mercato degli stranieri. In A2, invece, essendo solo due non devi sbagliare il gruppo degli italiani e a giugno potrebbe essere già tardi. Spero di riproporre qualcuno dei nostri, e per questo cominceremo a parlare con Pecchia, Bayehe, Procida e con il capitano La Torre. Ma il primo nodo da sciogliere, mi capite bene, sarà quello dell’allenatore e sull’argomento servirà una profonda riflessione.

Noi, da fuori e da tifosi, quanto lei continueremo a sognare colpi come quelli dell’anno scorso...

Lì era andata bene, con giocatori di grande impatto. Poi, ovviamente, visto il nostro budget non abbiamo neanche provato ad andare vicini a gente che, fatto un anno da noi, aveva in mente Coppe, soldi e squadre più competitive. Così come dimostrato da Burnell a Sassari, Clark a Venezia e Hayes a Villeurbanne. Ma nella nostra voglia di rivincita, c’è anche l’idea di pescare giocatori giusti.


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