Fumagalli: «Che stagione, Cantù Covid e jella ci hanno distrutti»
Diego Fumagalli (Pallacanestro Cantù) (Foto by Butti)

Fumagalli: «Che stagione, Cantù
Covid e jella ci hanno distrutti»

Il bilancio di fine anno del team manager del club biancoblù

Il dottor Diego Fumagalli ormai ci ha fatto il callo. Lui, tifoso da una vita della Pallacanestro Cantù, è arrivato a coronare il sogno, lavorando proprio per la gloriosa società. Ma nei suoi quattro anni ne ha viste e vissute di tutti i colori, tanto che tra la normalità e l’anormalità la differenza va oltre un apostrofo.

Caro il nostro team manager, a che quota di allenatori è arrivato?

Contiamoli insieme.

Faccia tranquillamente lei, noi la ascoltiamo.

Allora, vediamo: Bolshakov, Sodini, Pashutin, Brienza, Pancotto e Bucchi.

Par di capire che non abbia iniziato e finito un anno al fianco dello stesso tecnico...

Se pensiamo che la prima stagione di Pancotto è stata neutralizzata, direi di sì.

Anche stavolta due.

Anche stavolta non è stata una stagione normale. Anzi, è risultata pesante per tutti. Lo dico pensando pure a quello che ho sentito dai colleghi delle altre squadra.

Ma parliamo di Cantù e di tutto quello che è accaduto da queste parti.

Vero che arrivavamo da mesi nei quali non avevamo fatto nulla, ma già l’inizio così anticipato è stato anomalo. Ai primi di agosto si era in pista, senza che tutto, però, girasse come al solito.

In che senso?

Non era certo una vita normale, con tutti gli stress del caso. I protocolli, le bolle, le zone, i tamponi e i controlli: situazione davvero pesante. Per il club, per la squadra e per tutti.

E voi come l’avete vissuta?

Ogni settimana, da lì in avanti, è stata una lotteria. Si dipendeva dall’esito dei tamponi e dagli accorgimenti da prendere di conseguenza. Diciamo che siano sempre stati di fronte a una routine portatrice di stress. E non poco.

Il Covid, lo sliding doors della vostra stagione...

Forse non siamo stati i primi, perché qualche caso ci fu a Varese. Di sicuri siamo stati i primi ad avere un focolaio. Ricordo bene quando si cominciò con Smith, anche perché era il mio compleanno. Poi il derby, l’arcinota questioni dei tamponi andati persi e tutto quello che ne è derivato. Il primo focolaio ci ha penalizzato pesantemente. Poi per non farci mancare nulla, abbiamo vissuto questa situazione moltiplicata per tre. Con le tanti conseguenze del caso.

Tra i tanti, ci è passato anche lei.

Fortunatamente non in maniera potentissima, ma con conseguenze fisiche (spossatezza, stanchezza per un mese e il fatto di non distinguere il profumo di un macaron di Iginio Massari da un piatto di cacca del gatto) e psicologiche: la sensazione bruttissima che la malattia possa peggiorare da un momento all’altro e il timore di poter involontariamente creare problemi a chi ti sta vicino, a casa e sul lavoro.

Vi siete rialzati, ma ne avete pagato le conseguenze.

Eccome. Con tutte quelle partite in poco tempo, abbiamo dovuto per forza pagare dazio. Perché ci arrivavamo dopo essere stati per settimane senza la maggior parte della forza lavoro. Provateci voi.

Ha girato sempre tutto storto.

La dose di jella avuta è stata bella pesante. E penso a tutto: dal Covid alle partite perse nel finale. Se qualcosa ci doveva andare male, ci è andata sempre male. Prendete il tiro della discordia di Leunen contro Trento. Ci penso ancora adesso. E non è l’unico rammarico: ci sarebbe bastata forse una situazione girata a nostro favore su cinque...

Da canturino quanto ha sofferto la retrocessione?

Parecchio. Perché non piace a nessuno, è vero, ma così fa male. La sofferenza principale è stata quella di non averla potuta giocare sempre ad armi pari, e per le ragioni che ci siamo già detti. Brutto da dire, ma due anni fa siamo andati a un niente dal chiudere, che non è certo come retrocedere, e quindi un po’ di scorza me la sono fatta, ma le scatole mi girano ancora. Mi piacerebbe avere la controprova per capire cosa sarebbe potuto accadere in un contesto normale.

E in un contesto normale ci mette anche la voce tifo?

Indubbiamente. Anche quello conta, eccome. Non fosse altro che dal vivo si coglie tutta una serie di situazioni che in tivù sfuggono. Non è stato un anno di normalità per nessuno.

Che gruppo è stato quello di quest’anno?

Esemplare. Dal punto di vista del comportamento non ha dato alcun problema. E in una situazione non facile, talvolta da reclusi talvolta solo da casa-allenamento-casa. Ho cercato di stare sempre dietro ai ragazzi, spiegando loro le zone, il coprifuoco, cosa si poteva fare eccetera.

Per loro non dev’essere stato facile?

Prendiamo una banalità: il giorno libero. Volete mettere anche solo una passeggiata terapeutica sul lago a Como? Invece no. E anche questo ha influito, specie sulla testa. I ragazzi non hanno pressoché mai avuto la possibilità di staccare il cervello. Ho avuto però la fortuna di trovare atleti professionali.

Quanto le è dispiaciuto l’esonero di Pancotto?

Spiace, come quando sempre si cambia. È un dispiacere, e penso che lo sia stato per tutti. Umanamente posso dire di essermi trovato molto bene.

E Bucchi?

Anche in questo caso niente da dire. Fin da subito ho cercato di togliergli le varie incombenze per metterlo a proprio agio. Sia lui sia Cesare sono molto esigenti, ma entrambi mirano a trovare l’intesa con le persone con le quali lavorano.

A livello personale, quale bilancio può trarre?

Paradossalmente, in una stagione nella quale nulla è stato normale, questa è quella più... normale. Soprattutto se rapportata alle prime due e a quella interrotta dell’anno scorso. La speranza è non aver deluso le attese di chi ha puntato su di me. Qualche feedback positivo l’ho avuto e mi dà coraggio.

E ora? Fosse serie A2?

Non l’ho mai provata, sarebbe una sfida nuova. E se proprio sarà, la faremo. Ma che nessuno, me per primo, pensi di fare le cose in maniera diversa o meno professionale. Siamo sempre la Pallacanestro Cantù, una storia che va onorata.

E dunque?

Dunque, fin da subito mi pongo come obiettivo di fare ancora uno step in avanti dal punto di vista professionale. Non abbasserò la guardia, dando sempre il massimo, e questo sarà il mio modus lavorandi. Al 200%, indipendentemente dalle cose che dovrò fare.

Cosa si augura per il domani?

Che ci si possa ributtare fin da subito nella mischia e sulle cose di tutti i giorni. E che la campagna vaccinale ci aiuti a ritrovare presto una situazione di simil normalità.

Ultima cosa, siamo curiosi: ma in un ruolo come il suo ci si può affezionare ai giocatori?

Forse un po’ meno del passato, ma sempre parecchio. Anche se è un lusso che non posso permettermi durante l’anno, perché comunque, per vocazione, il mio ruolo dovrebbe essere quello del rompiscatole. Rappresento pur sempre la società, e va fatto nella maniera più professionale possibile.

Quindi che le tocca fare?

Da subito cerco di instaurare un rapporto empatico, facendo capire che sono un appoggio sicuro. Non una spalla per il crimine, ma una presenza costante.


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