“Hey, Robert Johnson!” Adesso fai cantare Cantù
Robert Johnson, nuovo americano di Cantù (Foto by Gorini / Pall. Cantù)

“Hey, Robert Johnson!”
Adesso fai cantare Cantù

L’americano di Cantù è omonimo del bluesman de “Il camionista Ghost Rider” di Davide Van De Sfroos. Ritornello praticamente già pronto per i tifosi biancoblù, magari con un aiutino dello stesso cantautore del lago

“Hey, Robert Johnson! Scià che vèmm, scià che vèmm!”. Sembra già di sentirla, cantata dai tifosi sugli spalti per spronare la Pallacanestro Cantù durante le partire. E, diciamocelo, non capita a tutti di arrivare in una squadra, in terra straniera, a un oceano e mezzo continente di distanza, e di ritrovarsi una canzoncina praticamente già bella e fatta.

È accaduto a Robert Johnson, nuovo acquisto americano, già nei cuori di tutti sia per le capacità dimostrate sul parquet, sia per la simpatia e per quel look “wild”, capelli e barba incolta, a incorniciare un largo sorriso. Ed è anche un appassionato di musica, un rapper che vorrebbe trovare un luogo per registrare e che vorrebbe anche esibirsi e, si può dire, è arrivato nella città giusta: a Cantù, da tempo, si agita una scena musicale che, sicuramente, saprà accontentare i suoi desideri. Ma la canzone?

La canzone, lo sanno i “cauboi”, è “Il camionista Ghost Rider” di Davide Van De Sfroos, pubblicata dieci anni fa nell’album “Yanez”, quello del grandissimo successo conseguente alla partecipazione al Festival di Sanremo del cantautore lariano. Nel brano questo autista si vede alla guida del suo bolide con lo stesso spirito con cui il supereroe della Marvel cavalcava la sua moto.

Un modo per esorcizzare la noia e la ripetitività del suo lavoro. Gli fanno compagnia le canzoni dei suoi miti – che, naturalmente, sono quelli dell’autore del pezzo – ovvero Johnny Cash, “the man in black” che ha rivoluzionato il country, Woody Guthrie, il padre della canzone d’autore americana, Jimi Hendrix, il mancino che ha cambiato la storia della chitarra per sempre, e, nel mezzo, proprio questo Robert Johnson, omonimo del cestista di Richmond, Virginia.

Quello della canzone, invece, era originario di Greenwood, Mississippi dove era nato l’8 maggio del 1911, quindi 110 anni fa. È una figura misteriosa e leggendaria, oggetto di un culto internazionale e protagonista di leggende, come un eroe antico. La più celebre dice che lui, giovane bluesman senza talento per la chitarra, venisse deriso da tutti quando provava a suonarla in pubblico. Ma il giovane Robert sapeva che occorreva recarsi a un particolare incrocio fra due strade (il “cross road” che ha poi cantato in un blues che ha fatto la fortuna di Eric Clapton decenni dopo) e attendere.

Sarebbe arrivato un uomo che avrebbe accordato la chitarra nuovamente, l’avrebbe suonata, gliel’avrebbe passata e, da quel momento, anche il più inetto dei musicisti sarebbe diventato un asso. Il prezzo da pagare? Semplice: l’anima. Perché quella figura misteriosa altri non era che il diavolo. Fatto sta che, dopo un periodo d’assenza, Johnson si ripresentò sulla scena come chitarrista provetto e autore tormentato di brani che evocavano spesso il demonio.

Un demonio che, proprio come nei racconti popolari, reclama prestissimo la sua parte del patto. La morte colse il bluesman a 27 anni (è stato proprio lui a inaugurare quel “club” a cui appartengono Brian Jones dei Rolling Stones, lo stesso Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison e, in anni più recenti, Kurt Cobain e Amy Winehouse, tutti morti alla stessa età). Pare che venne avvelenato da un marito geloso, ma non è certo, perché c’è davvero poco di sicuro.

Di lui restano solo tre fotografie - una quasi certa, una dubbia e una oggetto di studi – non meno di tre sepolture (!) e, soprattutto, una manciata di canzoni che hanno cambiato la storia. Ecco, ora sta ai tifosi biancoblù cambiare alla bisogna le “paròll de sfroos” per adattarle al nostro Robert Johnson, magari con un aiutino dello stesso Davide.


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