Inseguì la serie A da calciatore  L’ha trovata da fisioterapista
PAOLO MAINO, Fisioterapista Pall. Cantù (Foto by lariosport lariosport)

Inseguì la serie A da calciatore

L’ha trovata da fisioterapista

Paolo Maino ex calciatore professionista, tifoso del Como, tifoso della Pallacanestro Cantù ora nello staff dell’Acqua San Bernardo

Ex calciatore professionista, tifoso del Como, tifoso della Pallacanestro Cantù e, da questa stagione, inserito a pieno titolo nel cosiddetto “spogliatoio B” dell’Acqua San Bernardo.

Paolo Maino, professione fisioterapista, giocava a calcio. L’ha fatto con discreti risultati fino a 26 anni. Poi, la decisione di lasciare. Giocava nella Faloppiese da bambino, è passato nelle giovanili del Como, poi Inter e il ritorno a Como. Una presenza in D con il Como di Jack Gattuso, poi l’Albinoleffe e una parentesi a Barletta. Con una la promozione sfiorata in serie A, il calcioscommesse (che non l’ha riguardato in prima persona, meglio sottolinearlo), a segnare la carriera nel calcio. E, soprattutto, i tanti infortuni. A 31 anni, Maino si è reinventato.

Ha coronato ben due sogni, ossia lavorare per le sue squadre del cuore: «Sto aprendo uno studio in Svizzera, a Melide, ma ho già avuto la chance di lavorare nel settore giovanile del Como l’anno scorso, chiamato da Centi. Quest’anno mi ha scelto Cantù, per la prima squadra: non ho avuto dubbi, vivere il ritiro, la vita di gruppo, le partite mi dava più stimoli. Ma sono comunque grato al Como per la bellissima esperienza, in una società che vuole diventare grande. A proposito, da tifoso spero nella promozione in B, non ci sono squadroni quest’anno».

Curvaiolo convinto, Maino racconta i suoi fine settimana: «Giocavo con l’Albinoleffe in B, le partite erano al sabato. La domenica ero in curva al Sinigaglia o a Desio. Sono stato abbonato quasi dieci anni alla Pallacanestro Cantù. E il mio cane, in onore del mio mito cestistico, si chiama Basile…».

La carriera da calciatore è finita troppo presto: «Quattro rotture dei legamenti del ginocchio e due menischi. Troppo per pensare di continuare ad alti livelli. Il primo infortunio risale alla prima presenza nel Como, dove ho sempre sognato di tornare. Ero un difensore vecchio stampo, tutta grinta e determinazione. Quando mi sono reso conto che testa e gambe avevano mollato, mi sono messo a studiare, contro il parere di tutti: mi cercava la Spal, ma ho capito che ormai ero già un ex».

Sono stati anni comunque belli e avvincenti in serie B: «Perdemmo i playoff contro il Lecce per la serie A. L’anno dopo rimanemmo fuori dai playoff per una serie di partite vendute: per me è fuori da ogni concetto… Alcuni miei compagni rimasero coinvolti, io ero troppo giovane per queste cose. Da tifoso dico che una cosa del genere mi farebbe un male tremendo se capitasse alla mia squadra».

Meglio, capita l’antifona, concentrarsi sugli studi: «Mi sono laureata a Lugano, sto lavorando ora per la mia squadra del cuore, un vero sogno. Sono stato accolto come un vecchio collega: dopo tre giorni, abbiamo fatto una grigliata insieme per fare gruppo. E ho legato con tutti, pur essendo l’ultimo arrivato».

Con coach e giocatori, il rapporto è decollato subito: «È disarmante l’umanità di Pancotto. È un’ottima persona: si interessa, chiede, vuole sapere, è molto attento allo staff e sa mettere tutti a proprio agio, così come Gandini e Visciglia. Tra i giocatori, vado d’accordo con tutti, in particolare con gli italiani, con cui giochiamo a fantacalcio, oltre a Smith e Leunen. Ho il problema dell’inglese, non lo parlo benissimo, questi mi limita un po’ con gli altri


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