Il medico da corsa appassionato di Formula 1: «Vedendo Senna scelsi cosa diventare da grande»

La storia Fabio Volontè, 38 anni, capì di voler fare questo lavoro quando, di fronte all’incidente di Ayrton Senna, rimase colpito da tutti quei medici accorsi per salvare il suo idolo

Dalle due alle quattro ruote. Sempre in corsa. Da medico. Fabio Volontè, comasco, ha passato undici anni, da medico rianimatore, al seguito delle gare ciclistiche. Le grandi gare ciclistiche, visto che coordinava con la Cri di Lipomo l’assistenza sanitaria al Giro d’Italia. Ha salvato la vita ad alcuni corridori (Pozzovivo su tutti). Poi ha cambiato mondo. Medico nel mondo delle auto, da qualche anno da coordinatore Areu, è tra gli organizzatori del centro medico del circuito di Monza. Più di 200 giorni gara l’anno, ovviamente Gp d’Italia compreso. Nel 2019, 2020 e 2021 era al bordo della medical car, quella che segue i piloti dopo il primo giro del Gp d’Italia, la potente Mercedes guidata da un ex pilota. Oggi, da coordinatore, sta nella stanza dei bottoni.

«Beh, l’esperienza in medical car è stata una botta di adrenalina. Se oltre che medico, sei anche un appassionato, quel giro dietro il plotone rombante, ti resta dentro. Adesso sono davanti ai monitor». Tra l’altro la Formula 1 è stata in qualche modo ispiratrice per la sua vita: «Avevo 8 anni, tifosissimo di Ayrton Senna. Quel 1 maggio 1994 ero davanti alla tv, quando morì in un incidente. Beh, vedere tutti quei medici correre per cercare di salvare il mio idolo non mi lasciò indifferente. Avevo deciso: avrei voluto fare quello. E infatti...».

Il weekend del Gp: «Impegnativo, più per la mole di gente che per l’attività in pista. Seguiamo direttamente dalla sala regia tutti i monitor che ci indicano, grazie alla presenza di un nostro uomo, la necessità di interventire, in che punto della pista e con che mezzo. Per fortuna la F1 è molto sicura e negli ultimi anni è capitato raramente di intervenire. Capita più facilmente nelle gare minori, dove gli standard di sicurezza o la preparazione fisica del pilota sono minori».

Poi c’è il discorso degli spettatori: «Il centro medico è dedicato agli addetti ai lavori, mentre per gli spettatori abbiamo allestite quattro postazioni da campo in quattro zone diverse: gente che cade, malori da caldo, punture di insetti. O cose curiose, come quel signore che aveva bisogno dell’ossigeno e si è accorto solo in autodromo di averlo dimenticato a casa. Comunque ora va meglio...». In che senso? «Sino a quando si poteva dormire in tenda dentro l’autodromo, c’erano ubriachi oppure risse tra gruppi di ragazzi che magari parteggiavano per diversi piloti. Ora è tutto molto più tranquillo». Il giovedì c’è il test di estrazione del pilota da un manichino di vettura: tre modalità a seconda delle sue condizioni.

Dal ciclismo all’automobilismo. Quali differenze? «Nell’automobilismo colpisce il livello dell’impegno economico. Nel ciclismo il fatto che, al contrario di una certa letteratura, oggi loro sono i veri cavalieri del rischio. Buttarsi giù a 100 all’ora in... pigiama dallo Stelvio è una cosa da pazzi. La similitudine è la testa di questi atleti: vogliono sempre correre, anche se hanno un problema fisico. Vogliono esserci, e quando salgono in sella o si mettono al volante abbandonano ogni paura».

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