L’arrivederci di Gandini «A Cantù sono cresciuto»
Marco Gandini (a destra) con Cesare Pancotto (Foto by Butti)

L’arrivederci di Gandini
«A Cantù sono cresciuto»

Dopo due stagione, si chiude la parentesi dell’assistente allenatore di Pancotto e Bucchi

Sarà anche la stagione dei grandi ritorni a Cantù – e su questo non ci piove -, ma è anche quella di qualche addio importante. Dopo due stagioni, infatti, si è conclusa l’esperienza a Cantù dell’assistente Marco Gandini, apprezzato vice dei due allenatori che si sono avvicendati in panchina negli ultimi due anni, Pancotto e Bucchi.

Va via con una punta di rammarico. Perché, a un certo punto, quando la società si è trovata a scegliere il successore di Bucchi, il suo nome andava per la maggiore, accostato per una settimana buona a quelli di Sodini e di Ferrari. Alla fine, non resterà nemmeno come assistente.

Da tutto a niente? «Non la vedrei in quest’ottica. La società ha fatto legittimamente le proprie scelte, e ben precise. La decisione su Frates è stata presa prima ancora di quella sul coach. Una volta scelto Sodini, non c’è stato più spazio ed è normale che sia così».

Resta ovviamente un pizzico di amarezza: «Dispiace, perché restare a Cantù da head coach sarebbe stata una grande opportunità. Sono cose che vanno così, non c’è nemmeno un vero “perché”».

Restano i due anni vissuti da assistente, un’esperienza comunque importante: «Cantù è una piazza in cui si lavora bene e che ha grandi margini di crescita. Sono migliorato, perché da assistente si apprende sempre tanto. Allo staff allargato spero di aver lasciato qualcosa, loro di sicuro l’hanno lasciato a me».

Prima Pancotto, poi Bucchi. Con entrambi, il rapporto è stato speciale: «Due caratteri diversi, anche modalità diverse di intendere il ruolo dell’allenatore, ma dico sempre che è l’assistente che deve adeguarsi al capo allenatore. Parliamo di due persone oneste e perbene, con le quali si parla ed è anche possibile essere in disaccordo, senza che la discussione precipiti poi nella sfera personale».

Visto da dentro, qual è stato il problema di Cantù? «Il problema è stato il budget. Sei costretto a scegliere dopo gli altri o a doverti “accontentare” dei giocatori che peschi, non sempre può andare bene: il primo anno abbiamo trovato Hayes e Burnell. Non sempre le annate dei college sono tutte di prima qualità».

Altra problematica emersa è stata quella dei lunghi: «E dire che ne avevamo uno fortissimo tra le mani – rivela Gandini -, ossia Josh Nebo, che alla fine ha accettato l’offerta ben più lusinghiera dell’Hapoel Eilat in Israele. Questo per dire che non ci sono solo giocatori sbagliati, ma anche contingenze di mercato che ti portano a fare determinate scelte».

Non tutto quindi è da buttare in un’annata comunque negativa: «I risultati vanno accettati e non sono stati positivi. Ma mi sembra una retrocessione molto diversa da alcune viste in passato. Le problematiche non di campo sono state tremende. Quindi sono convinto che Cesare in un senso e Piero in un altro abbiano pagato anche oltre i loro demeriti, ammesso che ce ne siano stati».

Infine, una richiesta di ringraziamenti: «Allo staff, quello meno visibile: medici, fisioterapisti, massaggiatori, l’ufficio comunicazione, importantissimi».


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