L’epopea della grande Comense ha appena compiuto trent’anni
La festa per lo scudetto della Comense

L’epopea della grande Comense
ha appena compiuto trent’anni

Lo squadrone di Pennestrì arrivò con una sconfitta, la finale di Coppa Ronchetti del 1991. Ma la strada era tracciata e nemmeno due mesi dopo arrivò la prima di una serie di vittorie memorabili

Le lancette dell’orologio tornano indietro oggi di 30 anni, perché nel 1991 si consumava una stagione storica per la Comense e per la città. Il 28 marzo infatti le nerostellate perdevano la finale di Coppa Ronchetti ad Alzate Brianza (il Palasampietro era in costruzione), l’unico trofeo che manca nella bacheca e oltretutto intitolato a una propria giocatrice, la leggendaria Liliana. Ma poche settimane dopo, l’8 maggio, nell’incredibile cornice dei cinquemila spettatori presenti al Pianella, la Comense si laureava campione d’Italia. Quel 1991 fu la pietra miliare di un decennio epico, che vide lo squadrone comasco dominare la scena.

E’ stato soprattutto l’anno di Guido Cantamesse. «Era il 1988 - racconta il coach di Trescore Balneario - e con le squadre del mio paese avevo vinto i campionati di Promozione sia maschile che femminile. Mi chiamò Carzaniga per fare il vice in serie A alla Comense e non ci pensai due volte. Dopo due stagioni, non riconfermato Borlengo, mi affidarono la squadra. Con le italiane che già c’erano, e l’ingaggio di due straniere del calibro di Still e Gordon, eravamo costruiti per fare bene». La sconfitta della Comojersey nella doppia finale della Ronchetti contro la Gemeaz Milano, andata a Cinisello (-18) e ritorno ad Alzate (+11), fu atroce. «Arrivare alla finale fu già una gran cosa. Forse però dopo aver eliminato Valencia pensavamo di essere pronti. Invece all’andata andò tutto storto. Al ritorno provammo a ribaltarla e c’eravamo quasi riusciti. Ero commosso di fronte a Franca Ronchetti e le chiesi quasi scusa: sapevamo quanto era importante per la Comense, quella coppa doveva essere nostra».

In campionato la favorita era Cesena, che l’anno prima aveva ribaltato la finale con la Comense da 0-2 a 3-2. Stavolta invece, pur con il campo a sfavore, trionfano le nerostellate 3-1. «Vincemmo la prima al Pianella. Poi due trasferte: Cesena vince gara due, ma la terza la vinciamo noi per sospensione dell’incontro: eravamo in vantaggio a un minuto dalla fine, quando su un contropiede di Ballabio si scatena il putiferio, e dagli spalti viene giù di tutto».

Al Pianella poi fu l’apoteosi. «La prova della maturità. Potevamo rischiare di farci prendere dal panico come in Coppa, e invece la squadra tirò fuori tutta la rabbia».

Con la mossa tattica vincente delle tre piccole. «Avevamo parecchie lunghe, ma lì non riuscivamo a fare la differenza contro Cesena che era più rapida. Così decisi di giocare con Todeschini, Ballabio e Fullin, togliendo il pivot: Still e Gordon potevano giocare da 4 e da 5 e loro non sapevano più chi andare a prendere».

Fra tante protagoniste, «se devo spendere due parole sono per Gaudenzio, per la sua enorme dedizione alla squadra, e per Ballabio, perché da comasca ci ha illuminato la strada».

In città l’eco era grande. «La cosa impressionante fu che, di rientro da Cesena, prima di arrivare alla Negretti trovammo centinaia di persone in coda per la prevendita di gara quattro. Incredibile».

Cantamesse tornò assistente l’anno dopo con Aldo Corno, e lasciò la Comense dopo quattro stagioni. «Ho ancora appeso in camera un quadro con racchiusa la prima pagina de La Provincia sullo scudetto e la retina del canestro del Pianella. Me l’aveva promesso Viviana: se vinciamo, le avevo chiesto, tengo io la retina».


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