Denora a cuore aperto: «Io allenatore grazie alla famiglia»

Pallavolo A2 Il coach della Libertas Cantù si racconta: «Dopo la scomparsa di mio padre volevo smettere. Mia moglie e mia madre mi hanno spinto a proseguire»

Fino a questo punto, il suo cammino sportivo è stato in continua e costante crescita. Dalla Seconda divisione in avanti, Francesco Denora Caporusso, l’allenatore scelto nel corso dell’ultimo mercato dal presidente Ambrogio Molteni per guidare la sua Pool Libertas, non ha mai perso un colpo, con un crescendo che negli ultimi anni l’ha portato con una certa velocità ad attraversare B1, A3 e A2, per poi confermarsi allenatore di categoria con l’approdo a maggio in quel di Cantù.

Salvezza

«L’idea iniziale della società era quella di raggiungere una salvezza tranquilla. In realtà, possiamo ambire anche a qualcosa in più. A dicembre, quando le prime fatiche emergeranno un po’ per tutti, potremo capire meglio», spiega dalle tribune del palazzetto di Villa Guardia.

Lui, che in A2 c’è arrivato lo scorso anno alla Synergy Mondovì, ha un obiettivo che con il traguardo minimo posto da Molteni si sposa appieno: «Dimostrare che in A2 ci posso stare davvero» è il primo pensiero di Denora che, corteggiato in estate da tre differenti realtà della categoria, ha scelto di accasarsi alla Libertas, ossia quella che è stata la prima a cercarlo.

Dopo le prime settimane di raduno, l’ottimismo della truppa si percepisce semplicemente osservando gli allenamenti. «Il progetto che mi è stato sottoposto era ed è interessante. Le scelte di mercato sono state tutte condivise. Tra l’altro, tra i giocatori che avrò a disposizione ce ne sono tre che da tempo avrei voluto allenare. I nomi, ovviamente, non li dirò mai, nemmeno sotto tortura. Di fatto, però, sono più che soddisfatto del percorso fin qui programmato», sottolinea sorridendo.

Di Altamura come Meo Sacchetti, 32 anni lo scorso gennaio, l’allenatore canturino si divide tra quella che lui stesso definisce «l’aspettativa di affermarsi» ai massimi livelli della pallavolo nazionale e la famiglia che ha lasciato a Bari. Quella stessa famiglia che, beninteso, l’ha sostenuto nella scelta di proseguire quando, dopo la scomparsa del padre, per un attimo aveva addirittura pensato di ridefinire i suoi potenziali traguardi sportivi per avvicinarsi a casa.

Papà

«Mio padre m’ha sempre sostenuto nella scelta di diventare un allenatore. Alla sua morte, però, mi sono ritrovato a riflettere sull’idea di trovarmi “un lavoro vero”. Mia moglie e mia madre, invece, mi hanno spinto a proseguire. Ha significato molto per me», sottolinea aprendo uno spaccato autobiografico molto intimo.

Adesso il suo presente si chiama Cantù. Il desiderio di confermarsi è tanto. La squadra c’è e, quindi, non resta che puntare dritti all’obiettivo. Tutti assieme.

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