Puppi multitasking,  che versatilità

Puppi multitasking,

che versatilità

Il guanzatese ottiene risultati di spessore sia nella corsa in montagna sia in pista sulle lunghe distanze. «È un modo di interpretare l’atletica che ritengo interessante, utile e che fa crescere: non sono universi separati».

«Any surface available («Su qualsiasi superficie disponibile»)». Questo è il motto che piace a Francesco Puppi. Il guanzatese “sponsorizza” la versatilità nell’atletica e la sta mettendo in pratica. Con risultati di spessore. Domenica ha vinto, al termine di un epico duello con il francese Cachard il Fletta Trail, primo importante appuntamento del dopo lockdown del trail di montagna. La scorsa settimana è tornato sulla pista, correndo un buon cinquemila, in 14’34”. In precedenza aveva affrontato la sfida della maratona di montagna Cima Tosa Fkt. Senza dimenticare la maratona “vera”, quella di New York, nel 2017.

«Penso che le contaminazioni sportive siano portatrici di valori e spunti interessanti. In una direzione (dalla montagna alla strada) e nell’altra. Smettiamo di vederli come universi separati - spiega Puppi -. Penso che una grande prestazione nella corsa in montagna provenga dalla corsa veloce su qualsiasi superficie. Un corridore di montagna deve essere in grado di esibirsi bene in piano, dalle strade alle piste da fondo».

Il guanzatese poi fa l’affondo, con una punta di polemica. «Pensate ancora che chi corre in montagna vada piano in pianura?. 14’34” è una nullità nella galassia dell’atletica internazionale, ma visto in prospettiva mountain running assume un significato un po’ diverso. Molti miei compagni di squadra hanno personal best abbastanza veloci sui 10 km o nella mezza maratona. Ciò non significa che non siano specializzati nella corsa in montagna, ma che sono in grado di produrre prestazioni di qualità su qualsiasi superficie».

Puppi spiega poi le motivazioni che l’hanno spinto a correre in pista, solo 4 giorni dopo la “faticaccia” del Cima Tosa. «Alcuni lavori ben fatti nelle ultime settimane mi avevano dato la convinzione di poter correre un tempo (per me) soddisfacente, che poteva valere 14’20”. Ho corso un po’ più piano di quello che avrei voluto, ma non sto qui a elencare le motivazioni».

Il guanzatese avverte che la versatilità per lui non sarà un’eccezione. «È un modo di interpretare l’atletica che ritengo interessante, utile e che fa crescere. In fondo questa bellezza sta nella vulnerabilità. Che cosa si impara dagli applausi e dai complimenti gratuiti? Come la mettiamo quando uno ti dice “pensavo avresti corso più forte”, oppure “sì ma Joe Gray ha fatto 28’20” nei 10.000”? Perché è con questo che mi piace confrontarmi». Infine, un elogio alla categoria dei “camosci”. «Pensate che chi corre long distance in montagna non sia in grado di stare sotto i 3’ al km? Che Kilian Jornet non abbia preparato il record della Sierre-Zinal a suon di mille a 2’50”? Che Jim Walmsley corra le 50 a 4’ al km? O che questo inverno mi sia allenato per caso?».


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