Mercoledì 27 Maggio 2009

In Italia una famiglia su 5 fatica ad arrivare alla fine del mese

Roma, 27 mag. (Apcom) - Più di una famiglia italiana su cinque fatica ad arrivare alla fine del mese. La crisi economica peggiora il quadro macro, la condizione degli immigrati e dei redditi, con una particolare sofferenza nelle regioni del Mezzogiorno. Non va meglio al mercato del lavoro, dove per la prima volta dal 1995 la crescita degli occupati (183mila unità in più rispetto al 2007) è inferiore a quella dei disoccupati (186mila in più). E' questa la fotografia del paese nel 2008 scattata dall'Istat, quando gli effetti della crisi non avevano ancora raggiunto l'apice. Il rapporto annuale dell'istituto di statistica disegna anche l'identikit del nuovo disoccupato: un uomo di età compresa tra i 35 e i 54 anni che abita nel Centro-Nord, con un livello di istruzione non superiore alla licenza secondaria, che ha perso un lavoro alle dipendenze nell'industria e, in genere, ricopre all'interno della famiglia il ruolo di coniuge o convivente. FAMIGLIE. Il 22,2% pari a 5.394.068 famiglie ha difficoltà crescenti ad arrivare alla fine del mese. Il 6,3% pari a un milione e 500mila denuncia, oltre a seri problemi di bilancio e di spesa quotidiana, più alti rischi di arretrati nel pagamento delle spese dell'affitto e delle bollette, maggiori limitazioni nella possibilità di riscaldare adeguatamente la casa e nella dotazione di beni durevoli. Circa 2 milioni e mezzo di famiglie (10,4% del totale) segnalano invece difficoltà economiche più o meno gravi e risultano potenzialmente vulnerabili soprattutto a causa di forti vincoli di bilancio. Un milione e 330mila (5,5%) incontra inoltre difficoltà nel fronteggiare alcune spese. La maggioranza di queste famiglie si è trovata almeno una volta nel corso del 2007 senza soldi per pagare le spese alimentari, i vestiti, le spese mediche e quelle per i trasporti. Sono dieci milioni 41,5%) le famiglie che mostrano livelli inesistenti o minimi di disagio economico. OCCUPAZIONE. Dopo circa dieci anni la disoccupazione nel 2008 torna a crescere, coinvolgendo in misura maggiore gli uomini. Il fenomeno interessa in particolare il Centro e il Nord-Ovest, anche se il Mezzogiorno si conferma l'area con la maggiore concentrazione di disoccupati. Nel 2008 gli occupati standard, quelli a tempo pieno e durata indeterminata, sono risultati circa 18 milioni (il 77% del totale degli occupati). I lavoratori parzialmente standard, quelli a tempo parziale e con durata non predeterminata, sono circa 2,6 milioni; mentre gli atipici, cioè dipendenti a termine e collaboratori, sono quasi 2,8 milioni. La disoccupazione si sta progressivamente spostando verso le classi di età più adulte. Gli effetti della crisi, infatti, determinano una crescita dei disoccupati con precedenti esperienze lavorative, il cui peso è arrivato a superare il 70% del totale, dal 66% del 2006. Infine, i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e con orario full time crescono nelle regioni settentrionali e centrali e nelle classi di età adulte, mentre diminuiscono tra i giovani fino a 34 anni e nelle regioni del Mezzogiorno. Il lavoro atipico rappresenta la principale modalità di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Ciò nonostante, quasi la metà dei lavoratori atipici possiede un'esperienza lavorativa almeno decennale. Sono un milione e 300mila gli atipici presenti nel mercato del lavoro da più più di un decennio. REDDITO. Le famiglie italiane hanno un reddito in linea con quello medio europeo. L'Italia è però uno dei paesi con la maggiore diffusione di situazioni di reddito relativamente basso: una persona su cinque è infatti a rischio di vulnerabilità economica e vive in famiglie che hanno un reddito inferiore del 60% rispetto alla media. IMPRESE. Nei primi mesi del 2008, in fase ancora espansiva, la metà delle imprese esportatrici già mostrava una caduta rilevante del livello di export (-12,5%) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, a fronte di un aumento delle esportazioni di circa il 10%. Nel primo bimestre 2009 più di un'impresa esportatrice su quattro (circa 6.500 imprese) ha registrato incrementi delle vendite all'estero, nonostante la crisi. IMMIGRATI. Aumentano nel 2008 i cittadini stranieri regolari in Italia e, per la prima volta, gli extracomunitari sorpassano i comunitari. I nuovi arrivi vengono soprattutto dall'Europa centro-orientale (romeni su tutti), ma cresce il numero dei residenti non europei (indiani e cinesi). Gli stranieri vivono soprattutto al Nord (Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto), mettono al mondo il doppio dei figli degli italiani (2,40 contro 1,28) e così sempre più numerosi siedono dietro i banchi delle scuole. Si inaugura, insomma, la seconda generazione dell'immigrazione. Il presidente dell'Istat, Luigi Biggeri, ha sottolineato che la crisi si è inserita "in un più ampio contesto di fragilità" del paese e le "condizioni" perché questa potesse propagarsi "rapidamente" si erano "accumulate nel tempo". Secondo Biggeri, la crisi deve essere "un'occasione per riflettere sugli errori commessi" e per "evitare di ripeterli in futuro". Occorre "rilanciare lo sviluppo a partire da basi nuove - ha aggiunto - poiché la distruzione creativa delle imprese e dei settori più deboli e inefficienti apre nuove opportunità di riqualificazione e di crescita del sistema produttivo". Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha osservato che "l'Istat giustamente segnala che i ceti più vulnerabili sono i capifamiglia. Corrisponde alla priorità che ci siamo dati aiutare chi non potrebbe facilmente trovare un altro lavoro come chi ha responsabilità di famiglia". Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha inoltre spiegato che per affrontare gli effetti della crisi "occorre un nuovo patto tra generazioni che riequilibri la distribuzione del reddito, del lavoro e della protezione sociale tra anziani, lavoratori maturi, disoccupati e giovani che si affacciano sul mondo del lavoro o che sono addetti a lavori che alcuni definiscono flessibili e che altri definiscono precari in assenza di veri ammortizzatori sociali nel passaggio tra un lavoro all'altro". Secondo il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, il rapporto dell'Istat conferma che in Italia "c'è una grande questione salariale. Il lavoro dipendente guadagna troppo poco e paga troppe tasse - ha proseguito - si conferma un quadro di un'Italia molto poco coesa. C'è una parte che fa fatica, arranca e sta male, e una parte che fortunatamente attraversa la crisi abbastanza bene. Ci sono due Italie - ha aggiunto Epifani - la politica del Governo dovrebbe avvicinarle, spostando risorse nei confronti della parte che sta peggio".

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