Mercoledì 05 Agosto 2009

La Lega rilancia le gabbie salariali, ma è pioggia di no

Roma, 5 ago. (Apcom) - A due mesi di distanza dalle elezioni, la Lega rilancia per bocca del ministro Roberto Calderoli la proposta delle gabbie salariali, cioè di buste paga parametrate sul reale costo della vita nelle diverse aree del Paese. Come si dice, tentar non nuoce ma non è un mistero che, dai sindacati alle imprese, dalle alte cariche dello Stato ai colleghi del governo, l'idea che Umberto Bossi ha diffuso anche nella campagna elettorale per le elezioni amministrative non riscuote molto successo. Calderoli ha approfittato dei dati diffusi dalla Banca d'Italia, che parlano di un costo della vita più basso al Sud, per lanciare nel fiacco dibattito politico estivo l'antico sogno leghista. Dei suoi colleghi di governo finora gli hanno risposto, argomentando i loro no, proprio due meridionali: il ministro per l'Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianfranco Miccichè. E' facile prevedere tuttavia che altri 'no' non tarderanno ad arrivare, per lo meno a giudicare dal sonoro disappunto che accolse l'idea delle gabbie salariali quando a parlarne fu Bossi lo scorso 4 giugno, in occasione della chiusura della campagna elettorale del candidato presidente alla provincia di Milano Guido Podestà. Cgil, Cisl, Uil e Ugl ribadirono che in Italia c'è un'emergenza salari, da Nord a Sud, che va tuttavia affrontata con la leva fiscale, tagliando le tasse a lavoratori dipendenti e pensionati. A bocciare le gabbie salariali furono anche gli imprenditori, secondo i quali quello proposto dai leghisti è un argomento datato e, soprattutto, superato dall'accordo sul nuovo modello contrattuale. "La nostra posizione è nota - affermò la numero uno di Confindustria, Emma Marcegaglia - siamo contrari a ogni logica dirigistica e vogliamo l'applicazione delle nuove regole contrattuali appena definite". Un secco no arrivò anche dai presidenti delle Camere Renato Schifani e Gianfranco Fini: "Sono contrario - furono le parole della seconda carica dello Stato - non farebbero che accentuare le differenze tra Nord e Sud". Mentre per Fini si tratta di "un ritorno al passato" che "non produrrebbe alcunchè di positivo per il Paese" e anzi "darebbe un messaggio disgregante ai territori più deboli del Paese". Meglio una "maggiore libertà contrattuale sul piano territoriale ed aziendale, che consenta alle parti sociali, fatte salve condizioni e garanzie irrinunciabili di base, di legare le retribuzioni ai livelli effettivi di produttività ed alla disponibilità di manodopera, indipendentemente dalla collocazione territoriale delle imprese".

Cep

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