Martedì 05 Maggio 2009

Obama annuncia piano battaglia contro paradisi fiscali

Washington, 5 mag. (Ap) - Nel G20 di aprile organizzato a Londra, Barack Obama aveva promesso insieme agli altri 20 grandi del pianeta di combattere in modo deciso contro i paradisi fiscali. E ieri, coerente così come si è mostrato anche nei primi 100 giorni del suo governo, il presidente americano è tornato a rinnovare la promessa, lanciando di fatto una battaglia contro tutte quelle aziende e anche individui americani che, grazie alla presenza di paradisi fiscali offshore, riescono a venir meno a quell'obbligo che sono chiamati a onorare in quanto cittadini Usa: quello di pagare le tasse. Il presidente Usa ha presentato infatti un piano di riforma fiscale Usa, chiedendo l'approvazione del Congresso; un piano con cui ha di fatto lanciato la sua battaglia anche contro i paradisi fiscali del pianeta; d'altronde, è lì che molte aziende Usa hanno avuto vita facile, riuscendo a venir meno ai loro obblighi fiscali. Di certo, la battaglia 'fiscale' di Obama non sarà facile; molti esponenti del Congresso sono pronti infatti a ostacolare il suo disegno, che temono essere un preludio di un imminente aumento delle tasse. Detto questo, non c'è alcun dubbio sul fatto che il presidente ha fatto comunque il primo passo per "individuare e inseguire", come ha detto lui stesso, gli evasori delle tasse. Il problema, ha spiegato il presidente Usa, è che il codice fiscale attuale permette a molti americani "di pagare un ammontare di tasse inferiore, nel caso in cui vengano creati (per esempio) posti di lavoro a Bangalore, India, rispetto al caso in cui l'occupazione venga creata a Buffalo, a New York". E' contro tali agevolazioni che Obama promette la sua battaglia. Anche perché "non possiamo premiare le società americane che operano oltreoceano" e che non pagano le tasse. Certo, ha riconosciuto lui stesso, "a nessuno piace pagare le tasse, specialmente in tempi di crisi economica" quale quello attuale. Il punto però è che "la maggior parte degli americani onora le proprie responsabilità, perché capisce che il pagamento delle tasse è un obbligo legato alla cittadinanza"; inoltre "l'assolvimento (di questi obblighi) è necessario per pagare i costi della nostra difesa comune e per assicurare il nostro benessere". Peccato però che il codice fiscale americano ha reso troppo facile "per un piccolo numero di individui e per le aziende riuscire ad abusare dei paradisi fiscali al fine di non pagare affatto le tasse". Obama agita così il pugno di ferro, e presenta il suo piano, che va a cozzare contro quanto stabilito dalla legge vigente. Il codice fiscale attuale permette infatti alle società che hanno operazioni all'estero di pagare tasse al Fisco americano solo se rimpatriano i profitti negli Stati Uniti; questo significa che le società possono non pagare mai le tasse - o rimandarne il pagamento a tempo indeterminato - in Usa, fino a quando imputano gli utili conseguiti nei bilanci offshore. Una bella scappatoia, a cui Obama ha detto oggi ufficialmente basta (da segnalare comunque che il piano di Obama inizierebbe a produrre i suoi effetti nel 2011). Ma il presidente non si ferma qui; il suo obiettivo è anche quello di porre fine a una legge attiva dall'amministrazione di Bill Clinton, che ha permesso finora alle aziende di evitare il pagamento delle tasse considerando le sussidiarie che operano all'estero alla stregua di semplici filiali. Una disposizione che, secondo quanto spiegato dagli stessi funzionari del presidente, è stata adottata per legalizzare altri tipi di evasione fiscale, e per non pagare così miliardi di dollari legati alle operazioni internazionali. C'è però anche la proposta di rendere permanente un credito fiscale sulla ricerca, la cui scadenza è stata fissata alla fine dell'anno; ma a tal proposito Obama chiede che il 75% di questi crediti fiscali venga utilizzato per coprire gli stipendi dei dipendenti.

Cep

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