Cantù, la replica degli islamici  «Non preghiamo nel capannone»
Il capannone acquistato dall’associazione culturale islamica “Assalam” (Foto by archivio)

Cantù, la replica degli islamici

«Non preghiamo nel capannone»

Il segretario dell’associazione Assalam: «Mercoledì avevammo chiesto il permesso.

Siamo in troppi? Entreremo a gruppi di 99, il numero massimo consentito»

L’amministrazione comunale ha mostrato i muscoli, inviando una diffida all’associazione culturale Assalam perché non celebri oggi, venerdì 1° settembre, la Festa del Sacrificio pregando nel suo capannone in via Milano. Il sodalizio, da parte sua, per decidere il da farsi si affida al proprio legale. E oggi in quella che la Lega chiama moschea abusiva potrebbe non arrivare nessuno.

L’associazione contesta da sempre questa definizione, «non è una moschea abusiva – rimarca il segretario generale di Assalam Abela Bourass - ma un centro culturale. Lì non si svolge la preghiera da quando ci è stato negato l’utilizzo come luogo di culto».

Il sindaco Edgardo Arosio e la sua giunta non la vedono così, e nella stessa diffida si legge che, a seguito di diversi controlli eseguiti dalla polizia locale nelle scorse settimane, sono stati trovati «elementi di arredo coerenti con il contestato mutamento di destinazione a luogo di culto», quali tappeti di preghiera, copie del Corano, un impianto di filodiffusione e scarpiere per depositare le calzature. E fino a 250 persone, quando il tetto massimo è 99.

«Quegli oggetti – prosegue – sono lì perché li avevamo acquistati quando abbiamo chiesto di poter usare quel capannone come luogo di culto, e poi sono rimasti. Cosa avremmo dovuto fare, buttarli? portarli a casa nostra?».

Oggi, fuori dalla struttura di via Milano, ci saranno le forze dell’ordine – anche la prefettura è stata informata – per impedire che si entri a pregare. E in caso contrario, i trasgressori verranno perseguiti penalmente. Un provvedimento preso mercoledì perché non era ancora stata presentata nessuna richiesta in vista della Festa del Sacrificio, inducendo l’amministrazione a ipotizzare che l’associazione voglia utilizzare impropriamente l’immobile di via Milano.

«Noi abbiamo presentato domanda per utilizzare una struttura pubblica ieri (mercoledì per chi legge) – spiega Abela Bourass – i responsabili dell’associazione sono via, per cui nessuno l’aveva fatto prima, e stiamo aspettando una risposta. Ci stiamo confrontando anche con il nostro avvocato per capire come comportarci». E quali sono le ipotesi? «Le alternative sono entrare a turni di 99 – continua – il numero massimo di persone consentito, oppure non fare nulla del tutto». Il responso definitivo si conoscerà stamattina.

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