«Il virus alla fine mi ha contagiata Ma soffro a non essere in corsia»
Grazia Corti infermiera dell’ospedale di Cantù

«Il virus alla fine mi ha contagiata
Ma soffro a non essere in corsia»

Grazia Corti, infermiere, si è ammalata per curare i malati da Covid

Chissà se, mentre al telefono racconta di avere tutti i sintomi tipici del Covid («ma senza complicanze, fortunatamente»), usa lo stesso tono tranquillizzante e sereno che offre ai suoi pazienti quando affrontano la malattia. Perché, se è così, Grazia Corti è l’infermiera che vorresti trovarti davanti se qualcuno dovesse mai comunicarti che sì: sei positivo al coronavirus.

Infermiera nel reparto subacuti dell’ospedale di Cantù, Grazia Corti da ieri è a casa con febbre alta, tosse e dolori articolari. Come altri cento suoi colleghi comaschi, si è ammalata per curarci e per proteggerci: «Qualche mia collega - dice - è anche ricoverata. Io, incrociando le dita, non ho le complicanze che porta il Covid e che, purtroppo, abbiamo imparato così bene a conoscere in queste settimane».

Tampone negativo, e poi...

In realtà i sintomi, per l’infermiera dell’ospedale Sant’Antonio Abate di Cantù, sono arrivati del tutto inattesi: «La settimana scorsa ho fatto il tampone - racconta - ed era negativo. Poi ho iniziato a sentirmi poco bene e, stanotte (ieri ndr), la febbre si è alzata molto».

Grazia Corti non è una infermiera in primissima linea: «Io lavoravo nel reparto subacuti, da qualche mese accorpato alla medicina. In reparto abbiamo avuto persone teoricamente non affette da Covid, ma i pazienti asintomatici sono, per certi versi, i più pericolosi per noi. Così quando alcuni hanno iniziato ad avvertire i primi problemi, sono stati fatti tamponi a tappeto a tutto il personale». Tamponi che hanno scoperto che vi erano alcuni infermieri positivi, anche se asintomatici. E da lì sono state messe in atto tutte le procedure di sicurezza e protezione previste.

«Paradossalmente - prosegue l’infermiera - ero più agitata quando aspettavo il risultato del tampone di quanto non lo sia adesso. A casa? Vivo da reclusa. Io sono isolata in camera, i miei figli nel resto dell’abitazione. Manteniamo le distanze, portiamo tutti le mascherine e consumiamo guanti a non finire e gel per lavarci le mani a litri».

Grazia Corti si concede un colpo di tosse, ma neppure ora si concentra più di tanto sul fatto che il virus ha colpito anche lei: «Ho qualche senso di colpa», dice invece. Senso di colpa per cosa? «Per aver lasciato da soli i miei colleghi, in una situazione così difficile».

Il discorso scivola così sullo tsunami che si è abbattuto sugli ospedali e sul personale sanitario. «Professionalmente ciò che fa più paura è il fatto che sia completamente fuori controllo. Nonostante tutti gli interventi e gli accorgimenti si fa fatica a contenerlo, perché la carica virale è estremamente alta, ed è estremamente cattiva con le persone fragili - commenta - Invece la cosa più difficile da gestire umanamente sono le conseguenze psicologiche di quello che stiamo affrontando».

Gloria non si vergogna ad ammetterlo (anche perché non c’è alcuna vergogna in questo): «Sono trent’anni che faccio questa professione. Ho lavorato in pronto soccorso, in trauma, ma non ho mai pianto come adesso. Davanti ai pazienti non lo puoi fare, ma quando finisce il turno e ritorni a casa è un’altra storia». Perché quando sei in prima linea «l’adrenalina ti fa andare avanti, il fisico reagisce, ma quando finisce cominci a pensare, a ricordare i pazienti, i loro sguardi e a quel punto scoppi».

E si scoppia per mille motivi: per quel paziente che non sei riuscito ad aiutare, per quel pensionato che ti ha guardato con terrore, per quella donna rimasta sola nel letto troppo a lungo. Ma, soprattutto, si scoppia perché «noi non siamo abituati a tenere i pazienti isolati, senza il supporto dei famigliari. E percepisci nelle persone ricoverate in questo momento la paura di essere soli. Dobbiamo togliere loro la parte umana dell’assistenza, quella di supporto che dà la famiglia, e questo mette tristezza».

Sul lavoro un’altra cosa terribile, rivela, è dover confermare a un paziente una diagnosi da Covid: «È la stessa reazione che avresti se facessi la diagnosi di un tumore». Figurarsi quando poi la diagnosi non è neppure attesa: «Credo che nella vita non dimenticherò mai Fortunato, un pensionato, brillantissimo, che era in ospedale: non aveva avuto febbre, non aveva sintomi. Gli abbiamo fatto il tampone convinti che fosse negativo. Arriva il risultato ed era positivo. Mi guarda, gli vengono le lacrime e mi dice: “Fortunato... fortunato un c…”».

«Una guerra silenziosa«

Come molti suoi colleghi, anche Gloria Corti parla di una guerra: «Ma è una guerra silenziosa ed è molto peggio. Se passa un bombardiere senti il rumore e puoi cercare di ripararti, in questo caso no». L’ultimo pensiero va a chi ancora non ha capito con chi abbiamo a che fare: «Quando mi capitava di andare al supermercato, mi veniva voglia di gridare contro certa gente... vedi la sfrontatezza di qualcuno, soprattutto dei più anziani che dovrebbero essere ancora più attenti. E vorresti dirgli: tornate a casa! Proteggetevi!». Che anche per colpa vostra Grazia e cento altri suoi colleghi, ora, a casa ci deve stare. In compagnia del virus maledetto.


Paolo Moretti Giornalista

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