Protesta all’ospedale di Cantù  «Due notti al pronto soccorso»
CANTU - IL PRONTO SOCCORSO DELL’OSPEDALE SANT’ANTONIO ABATE (Foto by Stefano Bartesaghi)

Protesta all’ospedale di Cantù

«Due notti al pronto soccorso»

Il caso segnalato da un paziente, che si è poi visto diagnosticare una polmonite. La replica dell’Asst: «Fondamentale il filtro territoriale, solo così diminuiranno i tempi d’attesa»

Febbre alta e dolori in pieno agosto, l’amara constatazione che la medicina territoriale viene praticata principalmente per telefono e alla fine l’approdo in pronto soccorso, dove è rimasto per 48 ore su una barella prima di essere dimesso. In condizioni decisamente migliori di quando era entrato, ma con l’amarezza di essere stato testimone delle difficoltà per un cittadino in caso d’emergenza.

Protagonista, suo malgrado, un uomo di 56 anni di Fino Mornasco, che ora dovrà trascorrere il mese d’agosto in casa a completo riposo a causa di una polmonite. Lo scorso martedì, racconta, i primi sintomi, con la febbre alta e quindi i tentativi di parlare con il sostituto del medico di base. Ottiene la prenotazione per un tampone, che risulta negativo. Almeno non è Covid, ma la febbre non scende. Dopo la mancata risposta a mail e sms indirizzati al sostituto del curante, la guardia medica consiglia di recarsi al pronto soccorso,, così sabato mattina si presenta al Sant’Antonio Abate.

«Non c’erano letti disponibili»

«In accettazione – racconta – mi hanno fatto entrare immediatamente, al triage hanno capito che stavo male sul serio». Gli vengono effettuate radiografie, tac, terapia antidolore e gli viene diagnosticata una polmonite. Non ci sono posti letto, neppure quelli interni al pronto soccorso, nell’Osservazione Breve Intensiva, quindi Lotti resta per due giorni su una barella, vedendosi scorrere davanti agli occhi i tanti casi urgenti trattati dal reparto d’emergenza urgenza di via Domea, vero punto di riferimento per un bacino d’utenza di 200mila persone, con quasi 30mila accessi l’anno, che deve rispondere a una grande domanda di salute, quella non solo di Cantù ma anche dei Comuni vicini, tanto che la sua sala d’attesa è sempre affollata anche in tempo ordinario, di giorno e di notte.

«Dopo 48 ore – prosegue – mi hanno detto che non c’erano letti disponibili per ricoverarmi, quindi, visto che la fase critica era passata, sono stato dimesso con una cura da seguire a casa, raccomandandomi, nel caso la febbre avesse ripreso a salire, di tornare subito».

«Eroici medici e infermieri»

Per fortuna, non si è reso necessario. «Fa rabbia vedere che per motivi su cui non sto ad indagare si scarica sul Pronto soccorso quello che andrebbe presto in carico dai reparti. E voglio sottolineare – continua – il vero e proprio eroismo di medici e infermieri. Nonostante tutto quello che accade riescono a mantenete la propria umanità, restando gentilissimi, a rendere meno pesante la situazione. Nonostante tutto venivano a controllarmi, non mi sono mai sentito abbandonato». Asst Lariana, interpellata per una replica, osserva: «Il Pronto Soccorso ospedaliero è la struttura che dovrebbe garantire esclusivamente il trattamento specializzato delle emergenze-urgenze, ovvero di quelle condizioni patologiche, spontanee o traumatiche che necessitino di immediati interventi diagnostici e terapeutici. Più gli accessi sono appropriati e minori sono le attese e per questo è fondamentale il filtro del territorio. Fatta questa premessa, indispensabile per capire come funziona il Pronto Soccorso, se un paziente necessita di ricovero non sarà mai dimesso. Quand’anche l’ospedale non avesse posti liberi, verrebbe infatti disposto il trasferimento in altra struttura. Così opera un ospedale».

Silvia Cattaneo

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