Mercoledì 18 Novembre 2009

Pena di morte e certezza della pena

Mercoledì 11 novembre John Allen Mohammed, famoso negli Usa come il “cecchino” di Washington, è stato giustiziato dallo stato della Virginia. La pena di morte è arrivata a sette anni dai dieci omicidi di cui era colpevole: gente qualunque colpita per strada con un fucile di precisione. Gli sbandieratori multicolori e chi non vuole che il colpevole Caino sia toccato possono spiegare perché non hanno organizzato nessuna marcetta di solidarietà in difesa dell’infallibile sparatore? Forse perché non era nero, povero e in grado di impietosire l’opinione pubblica? Chi ama chi odia la vita, non avrebbe il dovere morale di avvertire anticipatamente i potenziali "peccatori" ricordando loro quanto San Paolo andava ammonendo, vale a dire che “la paga del peccato è la morte”?

Gianni Toffali


Gli Stati che se ne sono serviti - e non pochi se ne servono ancora oggi - hanno sempre irrogato la pena di morte senza porsi doveri morali, consumare ardite riflessioni sul peccato e macerarsi in pensieri di consimile natura. Gli Stati favorevoli a questa punizione hanno sempre ritenuto e ritengono che sia un ottimo deterrente per i potenziali criminali e che tanto minore è il numero dei delitti quanto maggiore è il castigo inflitto. I dati però raccontano che non va così: anche dove son cadute molte teste, la delinquenza non ha mai abbassato il capo. Togliere la vita anche al più efferato degli assassini non la restituisce alla sua vittima. E soprattutto non restituisce la certezza che l’esecuzione sia funzionale a qualcosa d’importante per la collettività. La malvivenza si tiene sotto un relativo controllo solo in presenza di pene certe, dalla più piccola in su. Non è necessario far sapere a un possibile killer che potrà finire sulla sedia elettrica; basta fargli sapere che prenderà senza sconti un elevato numero d’anni di galera o l’ergastolo. Ciò che non succede spesso. Nel libro (di struggente bellezza) “Come mi batte forte il tuo cuore”, Benedetta Tobagi - figlia di Walter, il giornalista del Corriere della Sera ucciso dalla Brigata XXVIII marzo nel 1980 - ricorda che grazie alla legge sui pentiti alcuni degl’imputati ricevettero un sensibile taglio sul periodo di reclusione previsto. Uno dei due che materialmente ammazzarono Tobagi se la cavò con tre anni e due mesi. Lo Stato era sceso a patti per non far salire ancora di più il numero delle vittime del terrorismo. Forse tuttavia lo Stato credeva, come il poeta Ungaretti, che si può morire anche vivendo. Figuriamoci vivendo con una barbarie negli occhi. Nelle mani. Nella coscienza. Nel cuore.

Max Lodi

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