Mercoledì 03 Marzo 2010

Catone, Seneca e la saggezza del nonno deluso


Non ce la faremo mai: amaramente chiudeva le sue riflessioni, riferendosi ad alcune «virtù» italiche, il direttore qualche settimana fa. Vero, non saremo mai un popolo «giusto». La definizione di giustizia è disarmante, non mi avventuro con i latinismi, ma in sintesi essa indica l'unione tra diritto e ragione; in un paese civile così si definirebbero i rapporti tra le varie componenti che lo animano. Non ce la faremo mai, non ce l'abbiamo mai fatta! Sarà un fattore ancestrale? Con un pizzico di malinconia ricordo, da ragazzo, le riflessioni appassionanti col nonno Pietro. Nella sua vita le aveva viste tutte; era passato dalla monarchia alla dittatura, tre guerre, poi l'illusione della democrazia, quella monocolore prima, variegata poi; in sostanza, il mondo visto con la sua lente d'ingrandimento e la saggezza di chi è umile e povero, diceva, era in mano ai furbi: «gh'è nagòtt de fa». Lui vide ovviamente il mondo piccolo della sua esistenza,corroborato magari dalle notizie radiofoniche, non fece in tempo per sua fortuna a godersi lo spettacolo mediatico degli scandali col suffisso "opoli". Non riuscii mai a carpire le sue preferenze, sospetto che avesse nostalgie monarchiche: riposi in pace, con gli eredi che ci ritroviamo! Come riposiamo in pace anche noi, storditi dal marciume che ci governa. Accontentiamoci almeno di poter manifestare il dissenso.

Luca Cattaneo


A proposito di saggezza del buon tempo antico, e anche del cattivo tempo antico: circola nelle memorie storiche più ferrate, o più fortunate, un vecchio proverbio il quale racconta che «…a rubar poco si va in galera, a rubar tanto si fa carriera». Populismo e demagogia? Un po' sì del primo, no senz'altro della seconda. Gli esempi a conforto di questa chiacchiera radicata nel costume della gente semplice sono stati e sono numerosi. Certamente lo saranno. La giustizia giusta resta un mito, lo possiamo ben dire oggi, ma lo dicevano anche gli antenati. Catone, uno che per il suo rigore morale si guadagnò il soprannome di censore e venne irriso per questa “noiosa” qualità, ha lasciato scritto: «I ladri dei beni privati conducono la vita in carcere e in catene; i ladri dei beni pubblici nell'oro e nella porpora». Parliamo, pensi un po' caro amico, di oltre duemila anni fa. Qualche decennio più tardi un'altra figura leggendaria dell'etica romana, Lucio Anneo Seneca, spiegò senza troppi giri di parole che «…i delitti piccoli sono puniti, quelli grandi portati in trionfo». A essere pessimisti si fa male, ma ci si azzecca. E poter dissentire è una ben magra consolazione di fronte a così grassi corruttori.

Max Lodi

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