Giovedì 30 Settembre 2010

Romani «porci» e la chiamata ai popoli padani


Veramente singolare il fatto che un componente del governo della Repubblica italiana, Umberto Bossi, ministro delle riforme, ma che di riforme non ne ha fatta una, insulti milioni di cittadini italiani. Il fatto che voglia relegare i romani in un porcile la dice lunga sul disprezzo leghista. In realtà questa uscita non è altro che la sintesi del doppio gioco che da anni tesse la Lega per giustificare in qualche modo i continui voltagabbana che compiono nei confronti delle proprie tradizioni. Da una parte continuano a insultare, ad additare come esempi negativi le regioni e gli abitanti del Sud, fino a definire “porci“ i romani, dall'altra li foraggiano. Che senso ha che la Lega e il Pdl regalino centinaia di milioni di nostri soldi al comune di Catania in fallimento? Facciano assumere 3500 precari negli enti pubblici siciliani mentre al Nord i precari sono licenziati? Ripianino 3,5 miliardi di debiti di Alitalia ed Airone che continuano anche oggi a fare debiti? Regalino 500 milioni all'anno per Roma capitale? Tengano in piedi la società “Ponte di Messina“ che succhia in continuazione i nostri soldi?

Andrea Bagaglio

Battuta o non battuta? Forse quella di Bossi lo era, forse no. Bossi da vent'anni costruisce le sue fortune politiche sulle battute. O su quelle che vengono liquidate come tali e che invece, se le riguardiamo in successione, sembrano appartenere a non sbadate scelte tattiche. O addirittura a non peregrine opzioni strategiche. Bossi usa il linguaggio greve quando la situazione si fa grave. Grave nel senso di allarmante: quando cioè s'annuncia una svolta politica e bisogna stare all'erta per non farsi fregare dagli avversari. La svolta politica imminente sono le elezioni anticipate, poiché nessuno crede che Berlusconi e Fini posticiperanno più di tanto la rottura finale. E Bossi comincia a posizionarsi, chiama a raccolta la tifoseria padana, evoca slogan propagandistici che finora hanno pagato e ch'egli pensa destinati a pagare ancora. Il primo di questi slogan è l'antiromanità o l'antiromanismo e lo strano sarebbe se non venisse rispolverato. Non lo è neppure che la Lega appaia e sia un partito di governo e di lotta insieme: lo sono stati altri, in passato. E non sarebbe (non sarà strano) se la Lega, nel caso d'un subitaneo declino del berlusconismo, stringesse alleanze di segno opposto a quelle fino ad oggi stipulate. In fondo, tutte le strade continuano a portare a Roma. E a Roma bisogna tornare e restarvi, per non allontanarsi pericolosamente da Milano e dal Nord. La compagnia non ha importanza.

Max Lodi

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