Campione, il capo dei vigili assolto  «Non poteva essere intercettato»
Il Casinò di Campione d’Italia

Campione, il capo dei vigili assolto

«Non poteva essere intercettato»

Le motivazioni del giudice sul Casinò bocciano in parte l’inchiesta della Procura. «Imputazioni non sempre basate su criteri di razionalità»

Il comandante della polizia locale di Campione d’Italia, Maurizio Tumbiolo, e la dirigente del settore economico del Comune, Emanuela Maria Radice, sono stati prosciolti dall’accusa di corruzione contestata a suo tempo dalla Procura, perché le uniche prove a loro carico, ovvero le intercettazioni telefoniche disposte dalla Procura, non potevano essere utilizzate. È questo uno dei passaggi della complessa motivazione con cui il giudice delle udienze preliminari di Como, Andrea Giudici, ha cancellato buona parte delle accuse ipotizzate a carico degli imputati.

Indagine complessa e particolarmente intricata, inizialmente nata sull’onda dell’ipotesi di bancarotta fraudolenta della casa da gioco - in conseguenza alla dichiarazione di fallimento, poi annullata dai giudici della corte d’Appello - ma che ha finito per abbracciare (per dirla con le parole del giudice) «una pluralità di vicende indipendenti, che avrebbero senz’altro meritato di essere affrontate a parte».

Prima di arrivare all’assoluzione del capo dei vigili e della dirigente comunale, il gup di Como affronta la mole di imputazioni (che lo stesso magistrato definisce «costruite non sempre secondo criteri di razionalità») legate a «una disomogenea successione di contestazioni di abuso» d’ufficio, rivolte tra gli altri agli ex sindaci Roberto Salmoiraghi e Marita Piccaluga, agli ex segretari comunali Gianpaolo Zarcone e Lucia Amato e all’ex assessore Florio Bernasconi, tutti sì rinviati a giudizio, ma per un ridotto numero di contestazioni di abuso d’ufficio rispetto a quelle inizialmente contestate.

E veniamo al proscioglimento dall’accusa di corruzione. Tumbiolo e Radice erano finiti sotto inchiesta per un indebito scambio di favori che, secondo la Procura, avrebbe riguardato da un lato l’omessa verifica dei vigili sull’effettiva residenza in paese della dirigente comunale, dall’altro l’archiviazione di quest’ultima di un procedimento disciplinare a carico del comandante .

Spiega il giudice che l’imputazione si fonda sulle «risultanze dell’attività di intercettazione telefonica» ma che «le intercettazioni non possono essere utilizzate», perché «la vicenda corruttiva legata alla questione della falsa residenza della Radice risulta estranea a qualsivoglia programma criminoso che avesse mosso gli imputati nella commissione di uno qualsiasi degli altri reati loro contestati». Come dire: le intercettazioni erano state autorizzate per altro, non certo per una vicenda connessa alla corruzione, bensì a vicende del tutto scollegate. Da qui, secondo il giudice, la loro inutilizzabilità. E, di conseguenza, la «sentenza di non luogo a procedere con riferimento» all’accusa di corruzione rimasta «del tutto priva di prove utilizzabili a sostegno».


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