’Ndrangheta, affari tra calcio e droga
Ecco le parole del boss all’antimafia

Alla sbarra 32 imputati e Domenico Ficarra collabora con i pubblici ministeri Spuntano inediti retroscena sulla Zampiero di Tagliente a Cadorago e sull’ex campione Giuseppe Sculli

’Ndrangheta, affari tra calcio e droga Ecco le parole del boss all’antimafia
Il Tribunale di Milano
(Foto di archivio)

Si apre con un colpo di scena l’udienza preliminare a carico dei presunti affiliati alla locale di Fino Mornasco - e non solo - della ’ndrangheta arrestati lo scorso novembre da polizia e finanza. Uno dei principali protagonisti dell’inchiesta, Domenico Ficarra di Lomazzo, ha iniziato a collaborare con la giustizia. E davanti ai pubblici ministeri Sara Ombra e Pasquale Addesso inizia a riempire verbali su verbali di interrogatorio. In parte secretati, in parte già consegnati ai difensori.

In quei verbali emergono tutta una serie di dettagli inediti su come la ’ndrangheta dominava sul nostro territorio. Innanzitutto il boss conferma l’accusa della Procura antimafia: «La famiglia Ficarra è sempre stata al servizio dei Molè», potentissima famiglia ai vertici della malavita calabrese. «Dopo la morte di Rocco Molè - prosegue - abbiamo colto l’occasione di Cesare Pravisano (ex funzionario di banca nonché ex assessore del Comune di Lomazzo negli anni Novanta passato da vittima a presunto complice dei clan ndr) per iniziare a insediarci in Lombardia». Pravisano, inizialmente, era «il nostro bancomat» al punto da avergli estorto oltre un milione di euro.

«Nel 2008 - prosegue - conobbi Alessandro Tagliente (braccio destro del boss Bartolomeo Iaconis, in cella pure lui assieme a moglie e figlio ndr) al campo di Cadorago». Tagliente è stato per anni il presidente della squadra locale, la Elio Zampiero. «Mi presentai con una Ferrari presa a nolo: diventammo subito amici». Quindi dopo pochi mesi Tagliente presentò Ficarra a Iaconis: «Dissi dei miei rapporti con i Molè, per questo decise di farci incontrare». Il calcio: passione comune tra i tre nuovi amici. Non senza qualche attrito. Ficarra racconta un episodio per certi versi emblematico: «Con Iaconis ebbi un contrasto su un allenatore che lui voleva mandare via e io mi opposi. Tirò fuori un proiettile dal portafogli e mi disse che se sbagliava avrebbe pagato». Una mancanza di rispetto non già per il povero allenatore, ma per Ficarra: «Mio zio andò a parlare a Iaconis, che poi venne da me per dirmi che aveva scherzato». Ma il calcio non è solo passione, è anche palcoscenico per gli affari. Affari di droga, nella fattispecie. Zio Daniele ha 6 chili di cocaina da smerciare. Racconta Ficarra: «Un chilo è stato consegnato a Giuseppe Sculli (ex calciatore di Juve, Genoa e Lazio ndr).

La droga u portata presso la casa di Milano che Sculli ha dato in affitto a Daniele Ficarra». Lo zio. E il nome di Sculli ritorna nel corso di un altro interrogatorio: «Angelo Molteni (49 anni di Lomazzo, accusato di aver malmenato i poliziotti impegnati nell’indagine antimafia ndr) doveva recarsi da Sculli, nipote di Giuseppe Morabito (detto u tiradritto ndr) per farlo intervenire sui Palmieri» pure loro finiti sotto accusa nell’ambito dell’inchiesta antimafia. Poi non se ne fece nulla.

Verbali che irrompono nell’udienza preliminare a carico di 32 (su 43) imputati arrestati a novembre dall’antimafia soprattutto nel Comasco.

Già fissate altre sei udienze: la sentenza non arriverà prima della fine di novembre. Mentre tra un mese a Como si apre il processo in aula, per i restati imputati che non hanno chiesto il rito abbreviato.

Paolo Moretti

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