Giovedì 11 Marzo 2010

Dietro questa giustizia
il "sospetto" della Casta

di Mario Cavallanti

La giustizia italiana è ancora una cosa seria? Molto utile a chi è afflitto dal dubbio e a tutti gli studenti di giurisprudenza è il libro di Stefano Zurlo, giornalista milanese specializzato in cronaca giudiziaria che ha seguito grandi inchieste come Tangentopoli, i casi di Cogne, Garlasco, Wanna Marchi. Per una volta Zurlo ha giocato a mettere sul banco degli imputati la magistratura, andando a spulciare otto anni di procedimenti disciplinari davanti al Csm a carico di centinaia di togati. Il resoconto del suo lavoro, fra miserie, debolezze umane, abusi d'ufficio e di furbizia, fa spalancare la bocca. Ma, a dispetto del titolo un po' troppo tranciante, il libro non sputa sentenze definitive. Documenta invece un mondo di meschinità all'apparenza impensabili, almeno fra i membri di un'istituzione che nonostante qualche eccesso corporativo e i quindici anni di attacchi berlusconisti, gode ancora di stima e reputazione.
È la sanzione dell'ammonimento, una specie di buffetto sulla guancia che vuol dire «non farlo più altrimenti ci arrabbiamo» a concludere la gran parte dei procedimenti disciplinari, in particolare quelli dovuti ai ritardi siderali dei giudici nel depositare provvedimenti e sentenze. Una piaga arcinota e favorita dalla presunta difficoltà nel fissare criteri di produttività della delicata professione. Ma se un gip va in barca a vela sull'oceano e si assenta sei mesi dall'ufficio dopo aver certificato un mal di schiena invalidante, il criterio andrebbe trovato in fretta. Perdita di un anno di anzianità e trasferimento, la conclusione del Csm per la cosiddetta "aventurière vénitienne" che trasmetteva le sue atlantiche emozioni su un blog via Internet mentre i colleghi masticavano amaro in ufficio meditando vendetta. A un non togato, probabilmente, non avrebbero risparmiato un processo per truffa ai danni della pubblica amministrazione.
Semplice ammonimento per i due giudici che hanno spalancato le porte del carcere ad Angelo Izzo, uno degli incubi dell'immaginario collettivo italiano. È in qualche modo una conseguenza della loro decisione se il mostro del Circeo, tornato in semilibertà, nel 2005 ha ucciso ancora, ancora donne, due, madre e figlia quattordicenne. Eppure altri magistrati di sorveglianza, nel 2003, si erano accorti che Izzo frequentava pregiudicati e di notte portava in stanza ragazzini minorenni, e per questo lo avevano allontanato dalla città dove fino allora era stato detenuto per mandarlo in Sicilia. Un anno dopo, i giudici finiti sotto disciplinare annullavano il provvedimento, pochi mesi dopo Izzo violentava e uccideva di nuovo.
La concessione della libertà ad Izzo è forse l'episodio più sconcertante raccontato da Zurlo. Un caso tragico, forse l'unico del libro, a fronte di centinaia di casi tragicomici, anzi comici e basta, della serie «lei non sa chi sono io ma lo imparerà molto presto»: dal magistrato che chiama i Nas al ristorante dove gli avrebbero servito pesce non più fresco e quindi se ne va senza pagare il conto, a quello che spedisce la sua polizia giudiziaria "personale" nell'agenzia di viaggi che gli aveva mandato all'aria una vacanza da 1300 euro, a quello che pretende una pattuglia del Radiomobile a casa dopo un litigio con l'ex moglie, a quello che la pattuglia la manda a quel paese perché hanno osato fargli l'alcoltest, al quale peraltro è risultato positivo. Appassionante anche la fenomenologia dei furbetti dell'inchiestina: c'è il giudice che vince ripetutamente al lotto in una ricevitoria sulla quale è aperto un fascicolo, quello che fa assumere il figlio dal dirigente di banca sul quale sta indagando il sottoposto. Gli abusi dei magistrati che "tengono famiglia" sono in effetti i più numerosi, uno più divertente dell'altro e non tutti sanzionati in modo esemplare.
Dunque, la magistratura italiana è davvero una casta, come sembra suggerire il titolo? Zurlo per fortuna non perde l'attitudine del cronista e lascia le conclusioni a chi legge. Chi non si appassiona né a Santoro né all'avvocato Ghedini, è portato a concludere per una pericolosa tendenza al corporativismo, più che alla casta di intoccabili: in realtà è lo stesso libro a documentare che sbaglia una minoranza ristretta ed è sanzionata con maggiore severità e trasparenza di tanti altri ordini professionali. Da quello dei medici, che lascia lavorare come se niente fosse colleghi condannati per sette omicidi, a quello degli avvocati, che si tiene nei ranghi pure gli ex galeotti rei confessi di tangenti miliardarie, gli stessi che ora inventano i "decreti interpretativi" per conto della Presidenza del consiglio. Sono cose che capitano negli ordini professionali italiani. Quantomeno i giudici, segnala Zurlo, dal 2006 hanno provato ad adottare criteri disciplinari più rigorosi. Hanno ancora parecchio da lavorare, però.

Stefano Zurlo, «La legge siamo noi. La casta della giustizia», 224 pag., Piemme, 16 euro.

v.fisogni

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