Domenica 13 Giugno 2010

Alciato, il comasco che inventò
una lingua fatta di "geroglifici"

Vi sono in ogni tempo libri, più citati che letti, nei quali pare tuttavia rifrangersi uno tra i significati profondi del periodo che li ha espressi. Gli "Emblemata" di Andrea Alciato (1492-1550), editi per la prima volta nel 1531 ("Emblematum liber", Augustae, Heinrich Steyner, 1531), vi appartengono di diritto. La sua dimensione è quella di un protagonista della vita intellettuale del '500, e qui non occorre che ci faccia velo l'affetto di conterranei: l'essere egli nato, forse, ad Alzate Brianza, la profonda amicizia con gli uomini di cultura di maggior personalità di quest'area nord lombarda (Paolo Giovio, con il quale condivise il discepolato a Pavia, il fratello di lui Benedetto, Francesco Minizio Calvo), l'avere avuto una villa a Buccinigo (frazione di Erba, ndr). Grande umanista, giurista raffinato, certo Alciato - a cui Como ha dedicato una strada cittadina, ndr - aveva scritto altre e più ambiziose opere alle quali affidare la propria aspirazione alla fama, eppure nessuna di esse poté competere con la straordinaria fortuna di questo asciutto libello, poi cresciuto di mole man mano, nel corso di una folgorante vicenda editoriale. Per "emblema" si intende una forma simbolica che, nel corso del '500, assume una tipologia tripartita: titolo ("inscriptio"), cioè l'intestazione che enuncia il soggetto dell'emblema; immagine (pictura o res picta), che ne offre una visualizzazione;  e  un testo poetico (subscriprio), che ne offre una descrizione in versi. E nel corso del '500  la storia dell'emblema si intreccia, con quella dell'"impresa" (figura con la quale l'emblema viene sovente confuso), la cui codificazione è proposta da Paolo Giovio nel "Dialogo dell'imprese" (1551, ma edito solo nel 1555). Degli emblemi, invece, l'opera omonima di Alciato recentemente ripubblicata secondo le stampe del 1531 e del 1534 (Andrea Alciato, "Il libro degli Emblemi", introduzione, traduzione e commento di Mino Gabriele, Milano, Adelphi), offre suo malgrado una codificazione materiale, che diverrà canonica. Perché "suo malgrado"? Perché, come ha dimostrato Gabriele, l'accostamento tra parola e immagine, in cui consiste la vera modernità degli emblemi, fu in realtà subita, non progettata, da Alciato, essendo piuttosto il frutto di una autonoma iniziativa dell'editore Steyner, sì che la prima edizione si può considerare una edizione "pirata". Alla "trovata" dello Steyner, e al suo successo editoriale, Alciato dovette fare buon viso, e per "reimpadronirsi" della propria opera egli commissionò una nuova edizione all'editore parigino Wechel, uscita nel 1534, inglobando nuovi epigrammi, titoli e immagini, senza tuttavia ripudiare la soluzione iconico-tipografica inaugurata tre anni prima da Steyner (sicché, bene ha fatto il curatore a offrire un testo che muova da entrambe le edizioni, le quali - prese insieme - costituiscono il nucleo fondante della fortuna degli "Emblemata"). E in effetti gli emblemata di Alciato nascono nel 1522 (quando si ha una prima positiva attestazione della loro stesura), come epigrammi, brevi testi poetici in grado però, come Alciato scrive all'amico editore Minizio Calvo, di stimolare la creatività di pittori, orefici, fonditori etc. Si tratta dunque di epigrammi che descrivono qualcosa: la matrice ecfrastica, cioè descrittiva, contiene già in sé la necessità d'essere integrata da una immagine, perché è parola che cerca di farsi immagine, L'incontro degli epigrammi di Alciato con l'illustrazione era dunque, a dispetto di Steyner, ineludibile, perché alle spalle degli epigrammi di Alciato stava la clamorosa  irradiazione recente degli "Hieroglyphica" di Horapollo, testo greco riscoperto dagli umanisti del '400, l'unico trattato sistematico sui geroglifici egiziani a noi giunto dal mondo antico, la cui  princeps è del 1505, e la cui fortuna è preceduta e accompagnata da quella dell'egittologia fantasiosa dell'"Hypnerotomachia Poliphili" di Francesco Colonna (1499). E se gli epigrammi di Alciato sono parola che tenta di farsi immagine, ciò avviene sulla scorta dei geroglifici, immagini che cercano di farsi parola: lo prova la dedica di Alciato a Conrad Peutinger, e il modello delle tacite notae, i geroglifici, appunto, che egli assume per i proprie emblemata.  Benché poi non sia privo di significato, in quel "tacitae" il riferimento ad una rappresentazione mentale dell'immagine, dimensione ineffabile che ci porterebbe lontano: dalla sapienza occulta degli eglizi, che il geroglifico enigmaticamente compendia, alle suggestioni eterodosse delle quali l'emblematica si carica nel corso del '500, e basterebbe citare i "Symbolicarum quaestionum libri quinque" (Bononiae, 1555) dell'umanista bolognese Achille Bocchi.   

Franco Minonzio

b.faverio

© riproduzione riservata

Tags