Sabato 19 Giugno 2010

Promessi Sposi da stadio
Applausi all'opera kolossal

di Ylenia Spinelli

 Sul palco c'è tutta la compagnia. Si apprestano ad andare in scena e gli artisti vengono aiutati ad indossare gli abiti. Poi compare un pianoforte per gli ultimi ripassi canori. È così che Michele Guardì ha cominciato i suoi "Promessi Sposi", il sogno di una vita condiviso con l'amico Pippo Flora, che venerdì sera è diventato realtà.
Dai banchi di scuola ai riflettori dell'insolito palco dello stadio Meazza, il romanzo di Manzoni è diventato un'opera moderna, popolare, capace di coinvolgere e appassionare tutti. Dieci protagonisti, dieci comprimari, quaranta ballerini su una scena di oltre quaranta metri, dove ruotano tre pedane con edifici imponenti che, con precisione storica, ricostruiscono la Lombardia del Seicento e i luoghi del romanzo: da "quel ramo del lago di Como" con Pescarenico alla canonica di don Abbondio, dal convento della Monaca di Monza, al castello dell'Innominato fino al Duomo di Milano, con guglie da 15 metri. E se le scenografie, i costumi di Alessandro Lai e gli effetti speciali fanno dell'opera un kolossal, molto di più fanno le musiche di Pippo Flora, passando da struggenti melodie d'amore, a ritmi più serrati, fino ai cori popolari, in dialetto lombardo e in latino. Bellissime le voci di tutti, a cominciare da quelle di Graziano Galàtone e Noemi Smorra (Renzo e Lucia) che, con la toccante dichiarazione «Ti ho cercato … ti ho aspettato»,  danno il là all'opera. Dopo l'emozionante «Addio Monti» sulla tipica Lucia, con tanto di proiezioni  ed effetti speciali per ricostruire i movimenti dell'acqua e i paesaggi della Brianza lecchese, la parte più intensa è di Lola Ponce (nella foto ndr), la Monaca di Monza. Duettando con una Gertrude bambina, racconta il suo triste passato. Il primo atto si chiude con gli spari, le urla e le musiche concitate della  rivolta del pane a Milano. Ad alto tasso di coinvolgimento anche il secondo atto con l'emozionante incontro tra Lucia e L'innominato (Vittorio Matteucci) e la conversione di quest'ultimo davanti al cardinale Borromeo (Christian Gravina). Poi irrompono i Lanzichenecchi, scoppia la peste e in un crescendo che tocca l'apice nella commovente scena della madre di Cecilia, l'opera volge al termine. Tutti i protagonisti si ritrovano al lazzaretto. Ma all'improvviso, mentre il coro canta in latino il Padre Nostro, una spettacolare pioggia catartica di acqua vera vince la peste e il finale è un inno alla vita.

v.fisogni

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