Martedì 24 Agosto 2010

L'appello per Sakineh:
"Grido di democrazia"

di Alessandro Lukàcs 


In una prigione dell'Iran è rinchiusa da cinque anni una donna musulmana in attesa di un definitivo giudizio a rischio della vita. Aveva subìto già novantanove frustate per la confessione di un delitto, estorta sotto tortura. In quell'occasione Bernard Henry Levi aveva rivolto un appello all'opinione pubblica mondiale che intervenga a favore della donna che rischiava la condanna a morte per lapidazione, punizione consentita per lapidazione, punizione consentita per alcune forme di trasgressioni dalla legge coranica. Una donna che è stata privata della sua dignità. La sua vita, secondo la legge, non vale più nulla.
Forse la comunità mondiale, con la sua dipartita, non sentirà la tragicità della propria estinzione e, con la morte di lei e di migliaia di altre vittime trucidate, avrà come conseguenza solo una degna orazione funebre in Occidente. Forse la vita di questa donna non ha un futuro da compiere. Neanche la sua morte susciterà efficiente solidarietà. Eppure la legge è data per vivere in pace e non morire in circostanze sospette. Non è solo necessario ed urgente rispondere alle suppliche del figlio della vittima e dell'opinione pubblica, ma replicare con quell'autorevolezza che la comunità internazionale può, deve ed è in grado di reagire di fronte ad ingiustizia e atrocità ripetute. Anche questa donna avrà, nelle precedenti notti delle sua minacciata morte, un colloquio con il Signore per esprimere la sua lamentela. Forse sarà impreparata davanti al Suo cospetto. Saprà domandarGli perché è rimasta sola, senza la voce imperante del suo popolo?
Forse spererà in qualche miracolo. Ma oggi non ci sono più miracoli e, soprattutto, non li fa più il Signore. Li fanno gli uomini e anche loro riescono a trasformarli solo in eventi dozzinali.
Cara Sakineh, il miracolo è morto. Sovente rimane inosservato. Ci vogliono altri miracoli per riconoscerlo. Forse con la tua storia potrai rievocarlo. Crediamo che non solo è necessario e urgente rispondere alle suppliche del figlio della vittima, ma anche a quella parte dell'opinione pubblica che attende una risposta con quell'autorevolezza che la Comunità internazionale può, deve ed è in grado di sostenere di fronte alle ingiustizie. Si può rispondere con la guerra? Un atteggiamento, per quanto drastico, è insufficiente e sbagliato per escludere, isolare gli Stati colpevoli dal consenso delle nazioni. I tempi della guerra di Troia sono passati. Quanto è più potente uno stato implicato nei vari crimini - che non vuol dire che lo siano anche i suoi cittadini - tanto più può sfidare impunemente l'opinione pubblica. La mancanza di misure coerenti sono il brodo di coltura dei crimini in crescendo. È più facile scatenare una guerra che applicare misure coerenti ed efficaci. Alcuni governi hanno tutte le attitudini, capacità e connessioni con le atrocità. È il loro pane. Togliere questo pane della loro bocca...
È diverso da quanto aveva detto il pastore della mia città, «chi ti sta accanto ed ha fame, l'amore si chiama pane, se ha sete, l'amore ha il nome acqua». Loro non vogliono il pane e l'acqua dell'amore. I colpevoli giocano in casa, con il favore o con il timore di morte della popolazione locale. La guerra ha la minima efficacia: non sa dove distrugge e dove bonifica. Non guerra alla guerra. Umanità agli oppressi e massima coerenza nell'applicare le sanzioni. Non solo minacce: rispondere con rigore nel consenso più ampio possibile. Il consenso è una forza enorme, soprattutto dove c'è in formazione un'opinione pubblica. E in Iran, esiste.
Non guerra. Sanzioni efficaci, rigorose, applicate. Le idee varcano le frontiere, devono essere anche sostenute. Finora l'Occidente non aveva usato la sua forza, prestigio e intelligenza. Le sue risposte erano inferiori alla sua civiltà, potenza ed umanità. Ricordiamo le ripetute violenze usate nei paesi musulmani contro l'esercizio della religione cristiana. In Occidente, i cittadini di fede musulmana pretendono con ragione la libertà di esercizio del loro culto. La questione non è solo in astratto, moschea sì, moschea no. Con lo stesso impeto dovrebbero protestare verso il loro paese d'origine insieme con i cittadini ivi residenti contro questi soprusi. Se è responsabile un'orda selvaggia, intervengano i rispettivi governi. Non si può permettere di uccidere religiosi di altra fede e "genuflettere" in Occidente. Una parola ancora per Sakineh; parole che Thomas Mann aveva steso sulle pagine della sua "Montagna incantata" - e sacra - preoccupata per il destino di Hans Castorp.
«Addio! Che tu viva o che tu cada, addio! Le probabilità non ti sono favorevoli. La ridda in cui sei trascinato durerà ancora qualche annetto, e noi non scommettiamo che riesca ad uscirne incolume. Sinceramente parlando, lasciamo la questione insoluta, quasi senza preoccuparcene. Da questa (...)  morte, da questo malo delirio che incendia intorno a noi la notte piovosa, sorgerà un giorno l'amore?». Parole che potrebbero renderci simili agli dei, ma non avvicinano ai moribondi.

v.fisogni

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