Giovedì 07 Ottobre 2010

La guerra delle donne
con la gerla in spalla

di Pietro Berra

Tre fantasmi si aggirano tra le fortificazioni della Grande guerra recentemente riportate alla luce dall'Associazione nazionale alpini, nei boschi di Cavallasca. Uno sembrerebbe di un soldato che qui ha atteso invano il nemico, come nel buzzatiano "Deserto dei tartari", ma le altre sono inequivocabilmente donne, seppure rese quasi irriconoscibili dal pesante fardello che le spinge a camminare piegante in avanti, lungo il margine della trincea.
Non si tratta di una visione, bensì di alcune silhouette di legno posizionate attorno ai camminamenti per ricordare il ruolo fondamentale della manodopera femminile nella costruzione della cosiddetta Linea Cadorna, il sistema di fortificazioni che, in territorio comasco, si spinge dalla città fino a Menaggio, lungo il confine con la Svizzera. Difficile comprendere oggi il senso di questo «monumento all'inutilità», come lo definisce Alberto Danieli, segretario del gruppo alpini di Monte Olimpino e "guida ufficiale" delle scolaresche in visita alle trincee, se non si ripassa un po' di storia. Ora pare folle l'idea di costruire un'immane opera di fortificazione lungo il confine della nazione neutrale per antonomasia, ma durante la prima guerra mondiale il generale Cadorna, comandate supremo del regio esercito, arrivò a dubitare seriamente della vicina Confederazione elvetica. Dubbi che culminarono nell'istituzione del Comando della occupazione avanzata frontiera nord (Coafn), il 17 gennaio 1917. Due anni dopo, il 10 gennaio 1919, il Coafn fu sciolto, senza aver mai combattuto un solo giorno. E forse è anche per quello che, sotto strati di terriccio e fogliame, sono riemerse quasi intatte opere come il Fortino del Monte Sasso, a pochi minuti dalla chiesa di Cavallasca, dove per l'appunto si trovano le tre evocative statue lignee.
«Un lavoro enorme era compiuto dalle donne - racconta Danieli -, che, data la situazione bellica, sopperivano alla scarsità di manodopera maschile. Esse venivano reclutate dall'autorità militare nei paesi limitrofi ai cantieri per poter consentire loro di conciliare l'attività casalinga con un impegno retribuito. Le donne erano prevalentemente addette a trasportare con le gerle i materiali da costruzione, dal fondovalle al luogo di utilizzo».
L'apporto della manodopera femminile, e anche di quella minorile, è stato approfondito anche dalla studiosa Francesca Boldrini nel libro "La difesa di un confine", dedicato espressamente, come recita il sottotitolo, alle "fortificazioni campali della Linea Cadorna nel Parco Spina Verde di Como". Tra i numerosi documenti reperiti dalla Boldrini, anche le tabelle salariali con la retribuzione oraria. Le donne, manco a dirlo, figurano al gradino più basso, assieme ai "fanciulli". Per loro la paga variava da lire 0.30 a lire 0.35. Un gradino sopra «manovali, sterratori, badilanti ed altri operai non qualificati»: da 0.45 a 0.50 lire. Mentre gli operai qualificati ricevevano fino a 60 centesimi all'ora e i capisquadra 80. «Le donne non potranno essere occupate in lavori faticosi e insalubri o pericolosi - si legge in una circolare del Comando supremo datata 11 gennaio 1917 -, ma soltanto essere adibite a servizi leggeri nelle officine e negli stabilimenti, nei magazzini, nei servizi di cucina e di pulizia, nella manutenzione stradale, nelle opere accessorie dei lavori di difesa, nel trasporto di oggetti, materiali e generi di sussistenza e in altri servizi confacenti alla loro attitudine fisica». Ma, come purtroppo spesso accade ancora oggi, nei luoghi di lavoro la normativa non sempre viene applicata alla lettera. Tant'è che non venivano risparmiati dai pericoli e dalla fatica nemmeno  bambini di 10-11 anni. «In teoria era vietata l'assunzione di persone con meno di 17 anni, ma non badarono molto al rispetto della legge», aggiunge Danieli. Del resto, gli uomini scarseggiavano, essendo stati mandati in massa al fronte, e per costruire quest'imponente, quanto inutilizzata, linea difensiva, occorse il contributo di 20.000 operai civili che lavorarono per circa un anno, con turni che spesso raggiungevano le 10/12 ore. Quanto alle donne, «per lo più erano addette a trasportare col le gerle i materiali di costruzione dal fondovalle fino al luogo dei lavori», racconta ancora l'alpino. Del resto, l'indicazione primaria era quella di  utilizzare al meglio le risorse locali, vista la scarsità sia di materie prime sia di mezzi di trasporto. Pertanto, i materiali occorrenti erano reperiti o acquistati sul posto: pietre, legname, cemento, ferro, attrezzature, manufatti... Il tutto trasportato a dorso di mulo, con carri a traino animale, in rari casi con i pochissimi autoveicoli disponibili, e il più delle volte a braccia e a spalle. Comprese quelle delle donne. La presenza femminile decisamente più elevata che in altri ambienti di lavoro ebbe anche qualche risvolto rosa. Fianco a fianco con le portatrici autoctone, lavoravano militari provenienti da tutta Italia alle dipendenze del Comando della Occupazione Avanzata Frontiera Nord. E, durante gli scavi, nacque anche qualche storia d'amore coronata dal matrimonio. Come quella, ricordata da Francesca Boldrini nel suo libro, tra un soldato pugliese e una giovane comasca, che dopo la guerra di stabilirono a Monte Olimpino.

(© «Geniodonna», ottobre, per gentile concessione)

v.fisogni

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