Sabato 29 Settembre 2012

L'arte di vivere bene
Sini al Premio Chiara

di Mario Chiodetti

La filosofia esce dalle accademie e si fa racconto, come quello, appassionante e di adamantina lucidità, con cui il professor Carlo Sini, per trent'anni docente di filosofia teoretica alla Statale di Milano, ha intrattenuto ieri sera il pubblico, all'università dell'Insubria di Varese.
Il filosofo bolognese ha aperto, con la sua “lectio magistralis”, la nuova edizione del “Festival del Racconto” legato al Premio Chiara e, stimolato dalle domande di Fabio Minazzi, che la stessa materia insegna all'ateneo varesino, ha illustrato quale può essere una “via di fuga” che ci consenta di sopravvivere in questo mondo immiserito.
Carlo Sini e Piero Chiara, orbite diverse ma simile approccio al vivere, condito da quel leggero ma costante disincanto che consente di osservare la realtà e analizzarla senza farsene sopraffare, ma anzi muovendo acute critiche, nel primo caso, e nel secondo difendendosi dal banale attraverso l'uso sapiente dell'ironia.
Sini ha condensato nell'ultimo suo libro “Del viver bene”, frutto di un corso di lezioni, pubblicato da Jaca Book e oggetto di discussione ieri sera, i problemi che derivano dall'attuale capitalismo e dal mercato globalizzato, ma anche un'indagine sulla formazione dell'individuo sociale e del suo percorso nella modernità.
E proprio qui il volume di Sini, inconsapevolmente, getta un ponte verso l'universo sensibile di Piero Chiara, in cui la semplicità del vivere, fatta spesso di istinti e pulsioni erotiche, attaccamento alla terra d'origine e ai suoi profumi (emblematico il racconto “Ti sento, Giuditta”) diventa una sorta di manifesto contro l'odierna omologazione dei sentimenti e la montante incomunicabilità nell'era della comunicazione globale. Anche il filosofo, una volta analizzati nel libro i guasti di una realtà in cui «poche decine di famiglie, o al più qualche centinaio, hanno in mano i destini economici del pianeta, e la cui unica preoccupazione è di dotarsi di “coperture politiche” in grado di addormentare le masse dei consumatori, garantendo loro una qualche forma, reale o immaginaria ma comunque bene accetta o tollerata, del “viver bene” collettivo», propone con decisione semplici riflessioni per uscire dal guado.
Per esempio, rendere più “astratto” il denaro - il giovane Chiara non ne aveva mai o lo vinceva a chemin de fer - ritornare alla terra, quindi a valori semplici e immediati, non inquinati dalla non-cultura dell'apparire, esportata su larga scala dall'Occidente ricco nei Paesi emergenti o presunti tali, con la successiva mercificazione del nulla. Una correzione di rotta che tenga ben presente la singolarità dell'individuo, lo mantenga lontano dagli stereotipi inventati dalla pubblicità e lo liberi dal “debito” atavico di qualcosa da compiere per forza.

v.fisogni

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