Sabato 16 Maggio 2009

L'abate e il Papa comasco,
poesia che sa di politica

di Vincenzo Guarracino

Onestà, pietà, cultura: sono virtù che si addicono ad ogni buon cristiano e un uomo di chiesa possono portarlo anche molto in alto. Addirittura al soglio di Pietro, come successe a Carlo della Torre di Rezzonico, «l’uomo più onesto del mondo, un ecclesiastico esemplare; dai valori più puri: devoto, saldo, istruito, diligente» (secondo il "Registro Annuale" del 1758), che da vescovo di Padova si vide proiettato, il 6 luglio del 1758, alla massima carica della cristianità col nome di Clemente XIII, inaugurando un pontificato non dei più tranquilli.Tanto che alla sua morte, avvenuta nel 1769 in circostanze misteriose, si vocifererà di avvelenamento. Certo è che fu oggetto di non poche pressioni da parte di diversi sovrani europei (Portogallo e Francia, in primo luogo) perché sopprimesse l’ordine dei Gesuiti, inviso ai circoli dell’Illuminismo francese, anche in conseguenza della messa all’Indice nei confronti dell’ "Encyclopédie" di Diderot e D’Alambert.
Uomo di apprezzata generosità, di grande mitezza ed affabilità e dal carattere retto e moderato, qualche pecca comunque pure l’ebbe: fu infatti nepotista, un po’ vanesio e perfino ingenuo, consentendo ad esempio al celebre Cagliostro di entrare nelle sue grazie. Pudico fino all’eccesso, al punto da far ricoprire tutte le statue classiche del Vaticano con le famigerate foglie di fico, fu comunque amante dell’arte e mecenate di artisti, tra cui il Piranesi, e alla sua morte il Canova gli erigerà in San Pietro una tomba di monumentale imponenza, che a Stendhal sembrerà una delle 12 cose da non trascurare assolutamente in una visita a Roma. C’è un celebre ritratto di Raffaello Mengs, che lo rappresenta in camauro e mozzetta e che in qualche modo ci dà l’idea della sua personalità. È ritratto infatti assiso su di una preziosa poltrona dall’alto schienale, con sullo sfondo una tenda di raso dorato damascato con decorazioni grigio-verdastre, ed osserva lo spettatore con un’espressione compiaciuta e bonaria. Una posa di plastica monumentalità e al tempo stesso umana, molto umana davvero. Sorprende che all’interessato non sia piaciuto molto. Considerandola forse quasi una deminutio di regalità, pare che abbia costretto il pittore ad elaborarne una seconda versione, più confacente al ruolo, in cui il rubizzo e il pacioso del suo sguardo della prima ha lasciato spazio nella seconda a un’espressione più composta e severa. È probabilmente per le sue origini comasche, appartenendo a una ricca famiglia di commercianti trapiantasi dalla nostra città nella città lagunare, dove si erano comprati titoli e case, che il giovane Parini, nativo di Pusiano, gli dedica nel ’58 tre sonetti. Testi d’occasione, naturalmente, per celebrarne l’ascesa al trono di Pietro («O nell’uopo maggior di nostra etade»), per piangerne la morte della madre, Vittoria Barbarigo, a poco più di un mese dall’elezione («La forte Madre che mirò il suo figlio»), e per salutarne il ruolo di «Maggiore... servo de’ servi»: tutti e tre pressoché sconosciuti, pur essendo editi sparsamente, prima che il Mazzoni li raccogliesse in "Tutte le opere", 1925. Dei tre, quello che a noi maggiormente interessa è il primo, strettamente legato a Como, per due motivi, perché se ne conserva l’autografo nella Biblioteca Comunale, tra le "Carte Odescalchi", e perché ha visto la luce proprio in città (e qui è stato esposto al pubblico nella mostra dedicata al poeta, in occasione del secondo centenario dell’uscita del "Mattino", 1963). Contenuto, assieme ai testi dei più bei nomi dei poeti dell’Accademia dei Trasformati (Giuseppe Maria Imbonati, Giancarlo Passeroni, Francesco Venini, Giorgio Giulini, Carlantonio Tanzi) e di illustri prelati e intellettuali comaschi, all’interno di una pubblicazione appositamente realizzata, nel 1758, dallo stampatore Ottavio Staurenghi, «in occasione delle pubbliche feste celebrate in Como», a spese del «Collegio de’ Nobili signori giure-consulti, conti cavalieri e giudici», il sonetto «O nell’uopo maggior di nostra etade» saluta il neoeletto «le veci... a sostener di Cristo» auspicando su di lui, «novello successor di Cristo» (si legge così nell’autografo al v.2), la "manna" dell’aiuto celeste per ristorare «il drappel stanco» della Chiesa universale assediata dalle «velenose spade» dei tanti nemici della Fede. La composizione, dal punto di vista poetico, non avrebbe altra importanza e non si discosterebbe dal carattere encomiastico degli altri testi della raccolta se non fosse per il tono profetico relativamente alla durezza dei tempi e per quella personificazione della Religione «lacera il manto, e il ciglio umido, e tristo», in cui si avvertono echi di nobile ascendenza dantesca e petrarchesca confluita poi in una ricca tradizione di poesia civile, che si ritroverà anche nel Monti ("Il beneficio", 1805) e nella canzone "All’Italia" di Leopardi. Motivo convenzionale, d’accordo, ma quanto mai suggestivo, a testimonianza di una matura capacità del poeta di vivificare anche un’occasionalità abbastanza scontata in uno spunto efficace di poesia, in una stagione che di poesia grande per davvero sta già lievitando (da lì a poco, nel ’63, sarà infatti pubblicato "Il Giorno").

v.fisogni

© riproduzione riservata

Tags