Mercoledì 01 Ottobre 2008

Jasper Fforde a Monticello
"La realtà di oggi è surreale"

Lo scrittore Jasper Fforde è stato ospite domenica scorsa della rassegna «La passione per il delitto» a Monticello Brianza con il so ultimo libor, da oggi in libreria «C’è del marcio».


Jasper Fforde comincia a essere preoccupato. Lo scrittore gallese che ha scritto i romanzi più folli, fantasiosi, ironici (e di successo) di questi ultimi anni, è convinto che la realtà, da cui sostiene di attingere a piene mani, si sta "pre-satirizzando". Ovvero è talmente surreale e ridicola da non aver più bisogno di uno scrittore satirico. Peggio, è sorto un genere che resiste a ogni tipo di satira: la reality tv. «Ci ho provato, vi giuro», ha raccontato a un pubblico foltissimo, corso ad ascoltarlo a Monticello Brianza, per il festival La passione per il delitto e l’uscita italiana del suo nuovo libro, C’è del marcio (in uscita oggi per Marcos y Marcos, 17 euro).
«Ho addirittura immaginato un reality orribile, in cui veri malati terminali si candidavano per un trapianto di rene. Be’, l’hanno fatto. Mi sono arreso».
Ma tutto appare, fuorché arreso e deciso a non prendere più in giro il mondo in cui viviamo, questo giovanotto dagli occhi azzurri e i capelli grigi, nato a Londra nel 1961. «Nel Galles? Perché diavolo vivo nel Galles?», mi spiega dopo che ho ammesso di essere rimasta un po’ perplessa davanti alla cabina telefonica che appare in una serie di fotografie pubblicate sul suo divertentissimo e superprofessionale sito Internet (www.jasperfforde.com): Fforde l’ha ritratta sotto ogni condizione climatica, triste e solitaria, in una campagna integra ma decisamente malinconica. «Perché tutti vogliamo tornare dove siamo stati felici nell’infanzia, è ovvio». Be’, certo, vien da pensare: chi non andrebbe pazzo per quell’umidità? «E poi non ho mai amato le grandi città. Mi piace la campagna. Faccio lunghe passeggiate con i miei cani».

British puro sangue
Come immaginereste, dunque, la vita di uno scrittore britannico, ricordandovi tutti i classici della letteratura inglese (perché nei suoi folli libri ci sono tutti, ma proprio tutti), da Cime tempestose a Gita al faro, passando ovviamente per Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie? Proprio come quella di Fforde: «La mattina mi alzo presto, comincio a scrivere verso le sette. Se sono sotto pressione, smetto alle otto, alle nove di sera. Ma mi concedo sempre due o tre ore per passeggiare con i miei cani».
E il resto del tempo, letture a parte, fa giardinaggio? «O be’, abbiamo una "very old house", una casa molto vecchia che ha bisogno di continui lavori». Però guarda anche la tv. Perché «Le sit-com mi ispirano. Che vuol farci? Mi incuriosisce tutto, in particolare quello che non conosco».
È vero: nei suoi libri (romanzi? Thriller? Fantasy? Fantascienza? Satira? Romanzo dei romanzi? Anti-romanzo?) c’è davvero di tutto. La serie a cui appartiene C’è del marcio è quella della detective Thursday Next. Dimenticate per un attimo che l’originale signora ha come animale da compagnia un dodo che si chiama Pickwick, conta tra i suoi agenti il Gatto del Cheshire e ha avuto un bambino da un marito che è stato "sradicato" dalla realtà da una multinazionale cattiva quando aveva soltanto due anni e quindi, di fatto, vive solo nella fantasia della moglie. Fate conto che la cosa più normale che a Thursday possa accadere è dare la caccia a un minotauro che si nasconde nelle trame di romanzi di serie B. In realtà raccontare che cosa accade nei libri di Fforde è impossibile. Giustamente lo scrittore Gianni Biondillo, che ha partecipato all’incontro di Monticello insieme con Tullio Avoledo ha detto: «In genere si parla di "sospensione dell’incredulità", ovvero ogni scrittore chiede ai suoi lettori di accantonare il buon senso e credere anche nelle cose più improbabili che accadono nei romanzi. Ma nel caso di Fforde si tratta di un vero e proprio "prolasso dell’incredulità" e il bello è che, se alla prima pagina commenterete "quest’uomo è pazzo", alla fine tutto vi sembrerà possibile». «Mi limito a esagerare», commenta con perfetto aplomb britannico Fforde, «il principio di base, così banale che ancora mi stupisco che qualcuno non ci abbia pensato prima, è che i personaggi dei romanzi continuino a fare la loro vita quando nessuno legge e rientrino nella trama soltanto quando un lettore apre la pagina».
Ciò che sorprende è che il gioco e la complicità assoluta tra lo scrittore e il suo pubblico, che si basa su continui rimandi ai classici della letteratura anglosassone, funzioni nelle 18 lingue in cui i suoi romanzi sono stati tradotti: «Oh, be’, non sono così certo che tutti mi trovino così spiritoso», ammette sorridente Fforde, «in Giappone non ha funzionato tanto e adesso vedremo in Cina».
Valeria Palumbo

c.colmegna

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