Sabato 28 Marzo 2009

L'Italia di Brambilla
tra nuovi conformismi

di Michele Brambilla

Sono trent’anni che faccio il giornalista. Ho fatto il cronista di nera, di bianca e di sport; il caporedattore e l’inviato; il direttore e l’editorialista. Credevo insomma di averle provate tutte. Mi sbagliavo. Mancava, nel mio cursus non troppo honorum, un tipo di articolo probabilmente inedito: l’autorecensione.

Gli anni a «La Provincia»

Me lo chiede adesso "La Provincia", e a "La Provincia" non posso dir di no. Intanto perché è un giornale che amo, essendo stato tanta parte della mia vita: ben di più, quanto a significato, dei tre anni e mezzo di tempo trascorso alla sua direzione. Ma soprattutto non posso dir di no perché la richiesta mi è stata formulata non dal direttore, al quale - essendo un amico - avrei detto caro Giorgio lascia perdere; bensì da Vera Fisogni, il capo delle pagine culturali. Ho scritto "capo" ma Vera Fisogni è più di un capo: è una generalessa. I gradi le sono stati cuciti sulla divisa non tanto dai suoi superiori, quanto dalla sua bravura e autorevolezza. Il carisma del comando lo si ha o non lo si ha. Vera ce l’ha. A lei non si può mai dire di no. Non ci riuscivo neppure quando ero il suo direttore, figuriamoci adesso. Mi ha telefonato - anzi, mi ha mandato una mail, così non c’era neanche modo di discutere - e mi ha comunicato: caro Michele sono 5200 battute, le aspetto non oltre sabato mattina. Agli ordini, ho balbettato sulla tastiera. Ma adesso sono cavoli miei. Come recensire un libro scritto da me medesimo? Siccome il rischio dell’autocelebrazione è imbarazzante, comincio confessando uno scippo. Il titolo del libro, "Coraggio, il meglio è passato", è una battuta non mia ma di Ennio Flaiano, grande osservatore dei costumi degli italiani. E il mio libro questo cerca di essere: una cronaca del costume di noi italiani.

Il titolo di Flaiano

Se a Flaiano ho rubato il titolo, a un altro grande maestro di giornalismo ho poi rubato un formidabile trucco del mestiere con il quale ho costruito il testo. Sto parlando di Luca Goldoni. Fu lui, quando ero ancora un bambino, a trasmettermi il virus del giornalismo. Goldoni ha inventato una sorta di "giornalismo parallelo", nel senso di "cronaca della vita parallela": non quella ufficiale, e un po’ barbosa, di politica e istituzioni, bensì quella della vita ordinaria della gente comune. Come siamo in famiglia? Come ci rapportiamo con la moglie i figli e gli amici? E a scuola? In vacanza? Come viviamo il tempo libero, lo sport, la visita dal medico, i funerali di un amico, il terrore della morte? Quali sono i nostri vizi, i nostri tic, i nostri conformismi?

Com’eravamo, come siamo

Ecco: "Coraggio, il meglio è passato" è un come siamo noi italiani nel nostro privato. Su "La Stampa", Alberto Papuzzi ha scritto che questo libro si inserisce «nel filone di Longanesi e di Montanelli, di Flaiano e di Fusco, di Guareschi e di Camilla Cederna», cioè nel filone del «cosiddetto giornalismo di costume fatto di note e di rubriche, ora garbate ora feroci, in genere ironiche, spesso satiriche, talvolta impietose». Sul "Corriere della Sera", Dino Messina ha scritto che con questo libro mi sono «iscritto nella categoria degli anti-italiani, tali non perché non amino l’Italia ma perché denunciano il male nazionale che si chiama conformismo». La lista degli anti-italiani, ha scritto ancora Messina, «va da Giuseppe Prezzolini, inventore del club degli apoti, coloro che non se la bevono, a Giovannino Guareschi e Indro Montanelli». Sono accostamenti che mi fanno arrossire, e che cito ben sapendo la distanza che corre fra me e simili mostri sacri. Ma le due caratteristiche del mio libro sono proprio quelle: una cronaca del costume e una denuncia del conformismo.
O meglio, del "nuovo conformismo", come recita il sottotitolo. Perché "nuovo"? È presto detto. Lo scorso mese di novembre ho compiuto 50 anni. Un evento insignificante per la storia dell’umanità ma gravido di conseguenze per la mia personale. Osvaldo Bagnoli, ex allenatore di calcio pane e salame, detto "il mago della Bovisa" il giorno in cui compì 50 anni si sentì chiedere che sensazione provasse. «Mah», rispose, «è come quando alla sera guardi la classifica alla "Domenica Sportiva" e vedi che la tua squadra è passata dalla colonna di sinistra a quella di destra». Compiere 50 anni è un po’ così: ti accorgi che la presbiopia è sempre più impietosa, il mal di schiena pure, ogni doloretto dalle parti dello sterno ti fa pensare ecco, ci siamo. Ogni tanto, quando cammino per strada, provo la terrificante esperienza di vedermi specchiato in qualche vetrina, e di scoprirmi sempre più curvo. Soprattutto, i 50 anni sono l’ora di quella canaglia che si chiama nostalgia. Ho ricordato come eravamo ai tempi della mia giovinezza e ho fatto - da cronista - un viaggio nella nostra vita ordinaria per vedere che cosa è rimasto di quei tempi. Poco, quasi nulla. Sono scomparsi i vecchi conformismi, i vecchi luoghi comuni. Ma sbagliamo a crederci più evoluti. Abbiamo solo sostituito il vecchio conformismo con uno nuovo. In poche parole, direi così: una volta eravamo un po’ bigotti, oggi cadiamo in quella diabolica trappola che è il "politicamente corretto".
Il che è forse peggio. Per questo dico "Coraggio, il meglio è passato". Ecco, la mia prima autorecensione è finita. Ora, per par condicio, mi manca un’autostroncatura. Alla prossima.

La presentazione del libro si terrà il 20 aprile a Milano, alle ore 18.30 al Multicenter Mondadori Duomo, in piazza del Duomo. Interverranno Dario Di Vico e Marina Terragni.

v.fisogni

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