Mercoledì 01 Aprile 2009

Salvo Sottile a Como: "Saviano è di moda,
ma contro la camorra serve partecipazione"

Salvo Sottile sarà a Como oggi 2 aprile per un doppio appuntamento per presentare il suo ultimo libro, «Più scuro di mezzanotte - Una storia di mafia». Il giornalista palermitano sarà questa mattina alle 11 al Centro Studi Casnati, dove incontrerà gli studenti, e al pomeriggio alle 16 alla libreria Ubik, in Piazza san Fedele 32, presentato da Elisabetta Broli. L’ingresso è libero.

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di Barbara Faverio
Spero per Saviano che tutta questa mobilitazione mediatica termini presto: lo spero per lui ma anche per la sua causa, solo uscendo dal cono di luce dei riflettori Roberto potrà ricominciare a lavorare seriamente contro la camorra». Salvo Sottile è stato l’enfant prodige del telegiornalismo italiano. A 19 anni, età in cui gli aspiranti cronisti trottano dietro alle partitelle di terza categoria, lui raccontava per il Tg5 le stragi di Capaci e via D’Amelio. Oggi, a 35 anni, dopo una breve stagione a Sky è ancora al Tg5 e ha appena pubblicato il suo secondo romanzo, «Più scuro di mezzanotte» (Sperling&Kupfer, 345 pp., 18,90 euro). Come il primo, «Maqeda» (che presto diventerà un film), è una storia di mafia, con molti riferimenti alla cronaca.
Nel romanzo c’è una forte contaminazione con la realtà. Si sente più giornalista o romanziere?
I personaggi e la storia sono di fantasia, ma scandaglio un mondo mafioso ormai  allo sbando. I Corleonesi negli ultimi anni sono stati decimati dagli arresti e dalle grandi inchieste, nel mio libro racconto il volto di una Palermo completamente trasformata da questo cambio generazionale. Oggi la mia città assomiglia quasi alla Svizzera, non si spara più un colpo, la strategia della nuova mafia è far pensare che Cosa nostra non esiste più. La mafia ha imparato dai suoi errori, la stagione della stragi ha portato a un inasprimento del contrasto alla criminalità organizzata: tutto questo ha fatto sì che Cosa nostra optasse per una condotta più morbida. Ma il mio è anche un romanzo introspettivo, che racconta le storie parallele di due donne, la moglie di un boss scomparsa nel nulla e una donna magistrato cresciuta nella Palermo bene e convinta di poter salvare il mondo.
Inevitabile il riferimento a Saviano. Sente in qualche modo di appartenere al medesimo filone letterario?
No, non c’è alcun legame.in qualche modo di appartenere al medesimo filone  Saviano ha fatto un’operazione completamente diversa, il suo è un saggio che racconta la camorra com’è adesso, con nomi e cognomi. Io ho scritto un romanzo di pura fantasia che racconta uno scenario mafioso in continua evoluzione.
Cosa pensa, da giornalista a lungo in prima linea in un territorio mafioso, del fenomeno Saviano?
Saviano ha realizzato una grande opera di risveglio delle coscienze, temo solo che oggi sia diventato una moda. Continuare a parlare di camorra in questo modo è controproducente per lui e per la sua causa. Spero che tutto questo finisca, e che si ricominci a riflettere su come organizzare l’azione di contrasto contro la criminalità organizzata. Saviano sembra l’unica risposta alla camorra, e questo si traduce in un messaggio di  incertezza e sfiducia. Io vorrei più partecipazione della gente e della società civile e meno spettacolarizzazione. «Gomorra» è un libro stupendo, ma oggi Saviano vive in una condizione blindata che di fatto lo isola: invece deve tornare a essere libero di lavorare.
Crede anche lei, come Saviano, che le parole abbiano il potere di cambiare le cose?
Assolutamente sì. Condivido in pieno l’idea dell’importanza che l’azione di uno scrittore, e la cultura in generale, può avere nel contrasto alla criminalità organizzata. L’importante è parlare, discutere, per tanti anni la mafia, con il terrorismo e l’omertà, ha impedito alla gente di dire quello che pensava, oggi si parla di più e questo isola i mafiosi e i camorristi. Tutto quello che è cultura e fa discutere, i film, i libri, i convegni, tutto contribuisce a isolare la mafia. Compresa la satira, come l’ultimo bellissimo film di Ficarra e Picone.
Si può creare cultura contro la mafia anche facendo ridere?
Certo, le cose migliori sulla mafia sono quelle che hanno preso in giro i boss, «Johnny Stecchino» di Benigni e «Il mafioso» di Sordi. Ficarra e Picone nella scena dei pizzini riescono ad analizzare con grande acume uno spaccato della realtà mafiosa.
Non c’è il rischio che tanta enfasi sulla criminalità campana faccia il gioco di questa nuova mafia siciliana che ha scelto il basso profilo?
Il rischio c’è, non c’è dubbio che oggi l’attenzione dell’opinione pubblica si sia spostata sulla camorra. Invece non è il momento di abbassare la guardia: per la prima volta oggi Cosa Nostra soffre, sta vivendo la più grande crisi finanziaria e militare della sua storia. Lo Stato, che per tanti anni non ha combattuto, ora con l’arresto dei grandi latitanti, da Riina a Provenzano, sta vincendo. Ma ripeto: attenzione, ora che i Corleonesi sono all’angolo Cosa nostra ha cambiato strategia e, paradossalmente, deve fare molta antimafia. Se vuole sopravvivere, deve prendere le distanze dalla vecchia mafia e dire che è cattiva.

c.colmegna

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