Comaschi cavernicoli? Qui si esagera

Il caso L’insulto sessista rivolto all’arbitra durante Como-Venezia scatena le polemiche e finisce sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport. Ma è giusto giudicare un’intera tifoseria per la frase di un singolo spettatore?

Como

E così siamo diventati dei cavernicoli. Lo scrive in prima pagina la Gazzetta dello Sport, a firma Luigi Garlando. Colpa dell’insulto sessista “Vai a fare il sugo” urlato da un tifoso all’arbitro donna Ferrieri Caputi durante Como-Venezia. Time out: Garlando è un maestro di giornalismo, modello per molti di noi, fine scrittore, arguto osservatore. Eppure trovarsi in prima pagina sulla Rosea definiti come dei cavernicoli, seppure con una costruzione scenica divertente e ironica del pezzo, è una cosa difficile da accettare. Per tre ragioni. Primo: andiamo allo stadio da 50 anni e ne abbiamo viste lette e scritte di tutti i colori. E diciamo che collegare il comportamento di una parte di tifosi al carattere di tutti gli spettatori, o addirittura dei cittadini di quel luogo, è percorso ardito e un po’ retorico. Ok: quando in passato si sono viste migliaia di persone in uno stadio urlare qualcosa di indigesto, di insultante, di fastidioso, la tentazione di dire “La tal città è razzista, la tal città è maleducata” è stata spesso forte. Ci siamo caduti tutti. Ma quando la cosa arriva da un singolo tifoso? Come se un sondaggista prendesse per determinante un singolo parere su 12mila (gli spettatori del Sinigaglia domenica) interviste. Un po’ poco per dire che il Sinigaglia è di cavernicoli. No? Secondo: chi ha detto che l’insulto è arrivato da un tifoso del Como? La società danneggiata domenica è stata il Venezia, dunque chi può dire che non sia stato un tifoso veneto a pronunciare quella frase? Questo episodio tra l’altro manda a remengo tutte le complicate e odiose regole restrittive degli stadi sulla territorialità, regole che rasentano l’inconstituzionalità (in base a quale logica antidemocratica, ad esempio, chi scrive non può portare per una volta suo figlio con sé in trasferta pagando regolare biglietto? Vietato) perché è impossibile risalire al colpevole.
Si è letto che avrebbero dovuto addirittura arrivare a chiudere un settore dello stadio di Como. Stiamo scherzando vero? Diteci che è uno scherzo. Terzo: che insulto è “vai a fare il sugo?”. Ok, non è simpatico, ma negli stadi abbiamo sentito ben di peggio (anche domenica). Però ci viene in mente mamma Rossella, la cuoca del Montana di Maranello, che Schumacher voleva ai box della Ferrari per preparagli i tortellini al sugo, oppure viene in mente Nadia Santini, la chef stellata del Pescatore di Canneto sull’Oglio scomparsa pochi giorni fa e celebrata da tutta la stampa come un’eroina della ristorazione. Davvero in questa società del politically correct “cuoca” può diventare un insulto? Davvero questo paese ha perso il rapporto con la battuta, l’ironia, lo sfottò? Davvero un mondo che drammaticamente non riesce ad arginare i femminicidi pensa che aprire interrogazioni parlamentari su una battuta porti a qualche risultato?

Il punto però non è questo. Poniamo anche che la battuta del tifoso sia stata infelice: siamo assolutamente sicuri che se l’episodio fosse capitato a Cremona o a Vicenza non sarebbe finito in nessuna prima pagina. Perché il Como e tutto il cucuzzaro che ci sta intorno è diventato antipatico. Punto. Non c’è niente da fare. Como lake, i turisti, i soldi degli Hartono, la lezione di come si fa calcio, il lusso, la scienza presa come spocchia partorisce tutto questo. Se uno fa pipì su un roseto a Scampia non fa notizia, ma se lo fa a Montecarlo magari finisce sul giornale. Dipende tutto dal contesto. Va beh.
Continueremo ad andare allo stadio da trogloditi a mangiare il sugo della mamma senza pensare che sia un insulto.

PS. Ci risulta difficile prendere lezioni di sessismo (come accaduto anche domenica sera in tv) da direttori di rete che poi però spediscono in campo bordocampiste poco (s)vestite. Il sessismo a corrente alternata non va bene. Se fa audience è consentito? Amen.

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